Vita Trentina – 28.1.2007
Il mio racconto cade giù dal cielo, rimbalza sulla terra, rotola un poco e poi si ferma davanti alla capanna di un re di nome Bassira.
Ai tempi in cui la terra era rotonda – perché c’è chi dice che oggi non lo sia più – un re non era tenuto a lavorare i suoi campi. Nessun sovrano doveva farlo. Spettava invece ai sudditi eseguire questo incarico. Così anche nel villaggio di re Bassira, dove il sovrano possedeva un campo di riso che si estendeva da dove il sole sorge fino a dove il sole tramonta.
Ma c’era un problema. Benché il podere fosse curato con diligenza e persino con amore dai contadini, esso non arrivava mai a dare i frutti sperati. Questo per un motivo molto semplice: nella foresta imperversava un grande, grandissimo uccello, il quale non trovava di meglio da fare che devastare il terreno del sovrano un giorno sì e un giorno no.
Data la situazione i figli e i nipoti del re – e Bassira ne aveva molti di figli e nipoti – dovettero mettersi a turno a guardia del campo. La sera e la mattina si appostavano nei pressi della risaia con le migliori intenzioni, ma bastava il rumore delle ali dell’enorme pennuto per farli fuggire uno dopo l’altro. Nessuno che avesse il coraggio di guardare in faccia un pericolo talmente gigantesco. Così quell’uccellaccio mangiava e mangiava tanto di quel riso col quale altrimenti si sarebbero potuti sfamare villaggi e villaggi.
le lune crescevano e calavano e la bestia faceva man bassa del riso del re. Tutti i tentativi per impedirglielo furono vani. I figli più vecchi, quelli più grandi, tutti ci si erano provati, ma niente da fare.
Malgrado questa situazione ritenuta ormai da ognuno senza rimedio, un bel mattino nella stagione in cui il vento d’harmattan fa tremare dal freddo persino Koumba, l’elefante, il più piccolo dei figli del re, Boni, andò a trovare il padre e gli disse così:
– Vado io a dare il cambio ai miei fratelli. Uno di questi giorni farò io la guardia al tuo campo.
Il re lo guardò dapprima divertito. Era solo un bambinetto. Poi il suo sguardo si fece malinconico e sospirò:
– Figlio mio, tu sei ciò che ho di più caro. Non vorrei, per niente al mondo, doverti sacrificare, men che meno per un campo di riso.
Boni ritornò pensieroso nella sua camera, ma non era tipo da darsi per vinto. Aveva qualcosa in mente. Passarono pochi quarti d’ora ed il piccolo era di nuovo al cospetto del padre con la stessa richiesta.
– Vedrai, padre, non ci sarà nessun pericolo. Non ti preoccupare. E poi che cosa se ne farebbe di me quel maledetto uccellaccio: sono troppo piccino per lui…
Dati gli argomenti e l’insistenza del figlio, Bassira si lasciò convincere.
Boni era piccolo, sì, ma intelligente e pieno di ingegno. Anzi, proprio perché era piccino riusciva ad accorgersi di cose che gli altri, dalla loro altezza, non vedevano. Fu così che la sera precedente il giorno in cui avrebbe dovuto fare la guardia al campo, Boni andò a trovare il popolo delle termiti e chiese a quegli insetti di dargli una mano.
– Vorrei – disse alle termiti – che voi rosicchiaste dall’interno il grande albero che si trova in mezzo al campo del re mio padre.
Proprio su quella pianta andava a posarsi la bestiaccia, un giorno sì e un giorno no, prima di cominciare a fare il pieno di riso.
Le termiti accolsero di buon grado la proposta e trascorsero tutta la notte a mangiare, da dentro, il legno del tronco. Al mattino l’albero, ridotto in segatura, stava in piedi solo grazie alla sua corteccia. Boni andò a rannicchiarsi dietro un cespuglio, non lontano dal terreno, in attesa del terribile uccello. Il quale non tardò a venire. Il vento delle sue grandi ali fece tremare le montagne per tutti i dintorni ed ogni animale, persino Koumba, l’elefante, si dette alla fuga. Solo il piccolo Boni ebbe il cuore di resistere ad ogni minaccia.
Ecco dunque l’uccello. Dopo essere planato nell’aria, andò a posarsi come d’abitudine sul grande albero. Però questa volta il tronco cominciò a vacillare, all’improvviso cedette e pure l’uccello rovinò al suolo facendo un gran fracasso. Nella caduta si era rotto le ali e la schiena. Allora il piccolo Boni uscì sicuro dal suo nascondiglio, lo acchiappò e lo legò come un pollo. Poi staccò alcune penne della sua coda e le portò come trofeo al padre, il re Bassira.
Molti anni più tardi il sovrano, prima di morire, riunì tutto il popolo e designò Boni a suo successore. Fu così che Boni, il più piccolo di tutti, divenne re del villaggio. Ma non conta se uno è piccolo o grande, se è giovane o vecchio. Ciò che vale è il cuore di affrontare le prove più difficili senza tirarsi indietro. Ciò che ha davvero valore è quando hai il coraggio di fare fino in fondo la tua parte.
Il mio racconto ora riparte, torna a danzare nell’aria. Anche il suo volo è più sicuro ora, grazie all’ingegno e al coraggio del figlio più piccolo di re Bassira.
(Questa favola è stata poi pubblicata nel libro: Paolo Valente, Racconti del vento, ed. San Paolo, Milano 2007)

Il villaggio di Gougninou
Questa favola, così come altre, è stata raccolta nel villaggio di Gougninou che si trova nel Nord del Benin. Per raggiungerlo in auto è necessario un viaggio di tre ore lungo una pista di terra, partendo dal capoluogo della regione, Natitingou. I suoi abitanti sono in maggioranza contadini, vivono in capanne di terra e attingono l’acqua dal pozzo.
L’harmattan
L’harmattan è un vento fresco che soffia tra i mesi di novembre e marzo. Proviene dal deserto del Sahara ed arriva fino ai paesi del Golfo di Guinea. E’ un vento secco e polveroso tanto da formare una specie di nebbia capace di oscurare il sole.
Le termiti
Le termini sono degli insetti che vivono in società. La loro colonia è organizzata come quella delle formiche: tutti sottostanno ad una termite regina. Vivono nei termitai, alti anche più di due metri, costruiti con la terra, duri come il cemento. Si cibano anche di legno.