La bambola di Sara

Alto Adige – 27.1.2007

Il racconto “La bambola di Sara”, ambientato nel 1938, è tratto dal libro La città sul confine (OGE Milano 2006) in cui Paolo Valente raccoglie 24 “storie meranesi di uomini e fantasmi”.
Le leggi razziali del 1938 colpirono duramente la comunità ebraica regionale, il cui cuore pulsante era (ed è) a Merano. Molti ebrei, essendo cittadini stranieri, furono costretti a lasciare l’Italia. Il censimento dell’agosto 1938 rivela la presenza a Merano di ebrei appartenenti alle più svariate nazionalità: italiani, tedeschi, austriaci, polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, rumeni, cittadini di Danzica, lituani, lettoni, svizzeri, inglesi, americani, turchi, svedesi, olandesi, francesi, russi, spagnoli e iugoslavi. Gran parte dei discorsi riportati dall’autore sono “originali”, tratti dalle pubblicazioni fasciste dell’epoca.
Gli ultimi ebrei rimasti a Merano furono rastrellati dai nazisti dopo l’8 settembre 1943 e condotti nel lager di Auschwitz.

Sarebbe stato sufficiente che dicesse, almeno per una volta, «non lo so». Oppure: «Non l’ho capita, la cosa non mi è chiara». Sarebbe stato meglio un «non m’interessa», un «non ti riguarda». Persino un volgare ma fascistissimo «me ne frego».

Invece no, suo padre anche in quell’occasione volle dimostrare di saperla più lunga della mamma, che scuoteva la testa in un angolo, raccogliendo ago e filo e le pezze per il rammendo. Aveva riposto il rotolo di stoffa lucida in mezzo al tavolo e non osava toccarlo. Se l’era potuto permettere perché, questa volta, la signora B. glielo aveva praticamente regalato.

In altre occasioni aveva bussato alla loro porta, la signora B. Aveva preso un tè assieme alla mamma, ma poi se ne era dovuta andare a mani vuote.

«Bello, questo panno» diceva la mamma, «ma è troppo caro».

La signora B. sollevava la tazzina con delicatezza, se la portava alle labbra e sorseggiava piano, mantenendo una postura eretta, nobile, i movimenti della mano rotondi e pacati. Il timbro della sua voce era caldo, l’accento vagamente esotico.

«È troppo caro, signora B.» ripeteva la mamma palpando le stoffe tra l’indice e il pollice. E se non c’era papà, aggiungeva: «Sa, mio marito lavora in fabbrica».

Quel giorno non lo disse. Il padre era nell’orto e di tanto in tanto piombava in cucina senza preavviso a prendere un coltello o qualche altro arnese. Solo quando s’accorse del volto arrossato della signora e delle due lacrime scese a solcarle le guance, decise di non farsi più vedere. Non prima di aver gettato alla mamma uno sguardo di rimprovero.

Quando la donna ebbe ripreso il suo giro, sulla tavola

rimase quel rotolo di stoffa verde, accanto al borsellino semiaperto.

«Che cosa voleva?» chiese suo padre affacciandosi all’uscio con una manciata di sterpaglia secca.

«Il solito. Nulla» rispose la madre, ritirandosi accanto alla stufa.

«E quello?» disse lui goffamente accigliato.

«Svende. Svende tutto» si giustificò la mamma.

Non si sarebbe impicciato oltre se lei non avesse continuato: «Partono».

Lui non smise di far scorrere l’acqua nel lavabo di ceramica bianca, restando di spalle.

«Partono» ripeté la mamma, «vanno via», e attese paziente che lo scroscio cessasse.

«Ho capito» fece suo padre sentendosi osservato. «Ho capito, partono. Sono arrivati e adesso partono. Tutti si arriva, tutti si parte» concluse stringendosi nelle spalle.

Fu la bambina allora, nella sua ingenuità fanciullesca, a codificare in parole quell’interrogativo che pareva sospeso nell’aria odorosa della cucina.

«Perché partono?» chiese.

«Devono» rispose il padre.

La madre le lanciò un’occhiata che era un invito a lasciar perdere e al tempo stesso un incoraggiamento ad insistere.

«La signora B. piangeva, papà». Ed era questa circostanza, infatti, ad aver attratto la sua attenzione.

«Bimba, questioni politiche» cercò di tagliare corto avviandosi all’uscita. Ma poi tornò sui suoi passi e sedette accanto alla ragazzina.

«Non ti insegnano nulla a scuola?» le chiese calmo, allargando gli occhi.

«Sì, ma…».

«Non è bene che si mescolino le razze» sentenziò suo padre. E vedendola perplessa proseguì, tentando di raggranellare nella memoria gli scampoli delle parole udite nell’ultima conferenza alla casa del Fascio: «Come ha detto bene il professor… quel professore che ci ha parlato l’altro giorno… c’è la specie umana, e fin qui mi capisci. Tutti discendono dallo stesso padre e dalla stessa madre… Però, a un certo punto, ecco, ci sono le razze. Lo sai, lo vedi che ci sono le razze…».

«Ma se tutti discendiamo…» lo interruppe lei impertinente.

«Tutti discendiamo… ma… ecco: come dal tronco si dipartono i rami, così nella specie umana si distinguono le razze». Sospirò soddisfatto.

«E noi…».

«Italiani» disse annuendo. «Da una parte negroidi, mongoloidi, dall’altra europeidi, no… europoidi, insomma: bianchi, gialli e neri».

«Ma» la ragazzina non capiva «la signora B. è forse gialla o nera?». Si sforzò di riportarsene alla mente i tratti del volto.

«No» fece lui paziente, «ma… ecco: i figli di Noè: Cam, Sem e Jafet. Camiti: i negri. Semiti: gli ebrei. Jafet… Jaf… Insomma, ariani, noi. Gli italiani sono ariani». Poi, però, soggiunse con aria indulgente: «Sono cose difficili. Per deciderle ci è voluto un gruppo di scienziati, ha detto il professore. I migliori scienziati della nazione».

Andò a rovistare sulla credenza e sfilò da sotto il vaso un foglio piegato con cura. Lo aprì e lesse dandosi un tono di solennità: «L’evidente inferiorità di alcune razze, e specialmente di quella che si è convenuto chiamare negroide, viene attribuita a una decadenza progressiva nel corso di lunghissimi periodi di tempo». Sapeva leggere bene, il babbo. Muoveva l’indice mentre diceva «lunghissimi periodi di tempo». Poi proseguì: «Altri scienziati attribuiscono tale inferiorità a un arresto di sviluppo».

La piccola non aveva mai visto un esponente di questa “razza negroide”, ma la signora B., quella sì che la conosceva e non le era mai parso che appartenesse a una stirpe decaduta e inferiore. Ragione per cui incalzò il padre e volle sapere in che cosa si distinguesse la razza italiana dagli altri popoli.

«Lo dice Virgilio» spiegò il papà puntando l’indice sul foglio. E prese a declamare: «Noi, dura razza, appena i figli son nati li tuffiamo nei fiumi per indurirli all’aspro gelo delle onde…».

Un brivido percorse la schiena della bimba. Dovette cercare gli occhi della mamma che invece erano intenti ad inseguire i movimenti dell’ago, dentro e fuori dalla toppa. Dunque loro, razza italiana, pensò, erano temprati da un gelido battesimo nelle onde del fiume, mentre quelli, i negroidi, la signora B., e tutti gli altri, rammollivano in giacigli di paglia o in candide culle di vimini.

«Però, cara mia, non è sufficiente essere di razza ariana». Il padre era ormai un torrente in piena. Riprese a leggere:

«La razza ariana presenta, qua e là, situazioni di pericolo o di decadenza… La razza va difesa… La prima essenziale difesa della razza consiste nell’impedire ogni connubio e ogni incrocio con genti di origine diversa…».

S’interruppe, girò il pezzo di carta: «Ecco qua… Se sul territorio di una nazione vivono individui di razza diversa da quella della grande maggioranza, essi non appartengono alla nazione che li ospita. Quanto agli ebrei… vediamo… Ah sì: gli ebrei sono perfettamente distinguibili…».

«Per cosa?» s’intromise la figlia.

«Sono distinguibili, gli ebrei… Sono perfettamente distinguibili» ripeté lui infastidito, usando il tono di chi è costretto dalla cocciutaggine altrui a ribadire cose lapalissiane. Andò avanti a leggere: «Essi hanno sempre mantenuto i loro caratteri razziali e non si sono mai assimilati con la popolazione dei paesi ove dimorano».

«Dunque partono» sussurrò lei.

«Partono, certo, perché… Secondo la loro indole inalterabile, gli ebrei, pur essendo in Italia un’infima minoranza, mirarono tenacemente a dominare la coscienza nazionale e la vita politica ed economica. Nonostante la generosità del trattamento fascista verso gli ebrei, l’ebraismo internazionale si pose contro il Fascismo, alleandosi con tutti i suoi nemici e capeggiando le congiure straniere ordite ai danni dell’Italia… Capisci, figliola? Indole inalterabile… Dominare la coscienza… Ma ora basta con questa… con questa vasta e subdola opera di corruzione svolta tenacemente dagli ebrei. Essi, godendo di tutti i diritti dei cittadini italiani, credettero di poter sfruttare, e sfruttarono, la generosità fascista, per impadronirsi di posti di comando, accaparrare la ricchezza nazionale e inquinare lo spirito del nostro popolo».

La bambina annuiva meravigliata dall’eloquio del padre, sebbene esso si basasse unicamente sulla lettura di un pezzo di carta. Ma davvero non riusciva a capire che cosa potesse avere a che fare la distinta, gentile e discreta signora B. con la coscienza nazionale, la vita politica e l’economia dell’Italia.

«Nulla» ammise lui. «Non c’entra nulla la signora B. C’entrano gli ebrei. E non è neppure colpa loro» s’azzardò a dire. «Nessuno ha potuto scegliere di nascere ebreo o ariano. Nessun cane» continuò per chiarire il concetto, «nessun cane decide di nascere cane… Ma una volta nato cane non potrà mai farsi cavallo, né pretendere di essere cavalcato, o mangiare la biada del cavallo… Il cane è cane, il cavallo è cavallo. Tutto qui».

Lei sentiva, mentre il padre parlava e pareva soddisfatto per la lezione che le stava impartendo, uno strano disagio, acuito dal silenzio della mamma, la quale sembrava concentrata unicamente sulla sua abilità di sarta e ora spingeva l’ago con energia e prudenza dentro il tessuto come se stesse ricucendo tra loro lembi di pelle attorno a una ferita aperta.

Vedeva quel foglio agitarsi, l’indice di suo padre scattare in movimenti perentori. Frugò tra le tende: uno spiraglio d’inverno. Papà leggeva parole di cui ora captava solo pochi frammenti, diceva che noi si appartiene alla razza ariana la quale ha la missione di civilizzare il mondo ed è artefice di tutte le più alte espressioni della civiltà mondiale, che i caratteri fisici si ereditano come quelli spirituali, che i meticci sono individui fisicamente e moralmente inferiori, che gli ebrei non appartengono alla nostra razza, che quelli stranieri non possono più risiedere in Italia, come ad esempio la signora B. e suo marito, il signor B., non possono risiedere in Italia e dunque neppure a Merano, giacché Merano è in Italia, e i loro figli non potrebbero sposarsi con italiani, perché il sangue… E non possono essere iscritti al partito, entrare nell’esercito, ricoprire cariche pubbliche, possedere troppe case o troppi terreni. E ai loro figli, ai bambini ebrei perché figli di genitori ebrei, non è consentito di frequentare la scuola…

Fu a quest’ultimo riferimento che la ragazzina si riscosse. «La scuola?» chiese.

«Sì, leggi qui: i giovani ebrei non possono essere ammessi nelle scuole pubbliche e private frequentate da alunni ariani».

«Da quando?» fece lei disorientata.

«Ma da quest’autunno, piccola» disse lui.

«Sara!» esclamò la bambina. La madre affondò la testa nel suo lavoro e il padre tacque turbato dall’improvviso irrigidirsi della figlia.

Sara, la sua migliore amica. Così l’aveva considerata finché un giorno, poche settimane prima, era mancata al consueto appuntamento in fondo alla strada, a qualche centinaio di metri dalla scuola. Un punto di incontro fisso, da anni. E lei non si era presentata, quel giorno, né dopo. E in classe di lei non si disse nulla. Fu cancellata dalla lista dell’appello. La mamma aveva detto che forse era malata, ma lei non si era fatta viva come le altre volte. Non l’aveva cercata per i compiti. Non si era neppure degnata di farle un cenno. La piccola si era sentita tradita, abbandonata, offesa. Ora invece intuiva qualcosa. Corse al suo letto. Dalla cassa di legno sotto la rete estrasse una bambola di pezza. La guardò e le sistemò i capelli. Era stato il regalo di Sara per il suo ultimo compleanno. Le somigliava. L’aveva buttata lì, rinchiusa, in castigo. Tornò in cucina e la mostrò a suo padre.

«E questa» fece con voce rauca, «anche questa deve andarsene?».

Il padre restò confuso. Cercò di ricordare cos’altro avesse potuto dire il professore. Scrutò il foglio stampato, ma questa volta la risposta non c’era.

«Non devi mica preoccuparti…» balbettò. «Non succede mica niente, non è mica morto nessuno… È solo che, ecco… sì, è solo che il sangue… la nazione… la razza…».

Ripose il foglio al suo posto sulla credenza. Fece per scendere nell’orto ma era ormai calata la sera, e con la sera un buio nero come la pece.

***

Il racconto è tratto dal libro La città sul confine, OGE Milano 2006

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