Südtirol Italia

L’Adige – 7.12.2006

Il titolo fa il verso ad una nota formula usata per commercializzare del prodotto Alto Adige, pensata a suo tempo per strizzare l’occhio all’esterofilia degli ospiti italiani e all’italofilia di quelli germanici. Una sintesi paradossale che già da sola dice che il Sudtirolo (Alto Adige, Südtirol, Tirolo del Sud, Tirolo tout court, Tiroler Etschland, Oberetsch, Provincia autonoma di Bolzano e chi più ne ha più ne metta) non è riconducibile ad alcuna sintesi. Non ha nemmeno un nome, questa terra, che ne descriva l’essenza in modo tale che tutti possano riconoscervisi. L’Alto Adige è di per sé un groviglio di contraddizioni. Ogni cosa è (come minimo) bifronte. L’apparenza inganna sempre e comunque.

Poteva un “dietrologo” come Riccardo Dello Sbarba accontentarsi di offrire ai suoi lettori le tesi tradizionali (o quelle opposte a quelle tradizionali, che è la stessa cosa) rispetto a ciò che sia o non sia la “terra all’Adige”? “Dietrologo”, sia chiaro, in senso buono. Cioè nel senso di colui che non si arrende mai all’apparenza, alla storia ufficiale, alle medie statistiche, alle sintesi condivise, ma va sistematicamente a vedere ciò che sta “dietro” le apparenze. Dello Sbarba è innanzitutto giornalista (prima per hobby, poi per professione) e vuole cercare i dettagli. Tuttavia non gli accade di perdersi in questi dettagli. Ecco che i quadri con cui si apre il suo libro “Südtirol Italia” (“Il calicanto di Magnago e altre storie”, ed. Il Margine) illustrano la storia del Sudtirolo meglio di molti altri discorsi triti e ritriti. Il viaggio iniziale tra gli “eredi della solitudine” (o “la solitudine degli eredi”) di Faganello e Gorfer illustra bene l’evoluzione di questa terra che, per molti versi, è avvenuta in una direzione diversa rispetto a tante altre regioni di montagna. E’ successo ciò che forse era auspicabile, ma imprevisto: i montanari sono rimasti in montagna nei loro masi. Tuttavia non sono più gli stessi montanari, gli stessi masi, la stessa montagna. Il tempo non si ferma nemmeno in Alto Adige. E la storia non inverte il suo corso. Una consapevolezza che manca ad una parte consistente della politica e della cultura (con la “c” minuscola) nostrana.

Certamente si può sostenere di conoscere il Sudtirolo anche senza sapere della navigazione dell’Adige o delle vicende storiche di Vadena. Eppure una capatina in quelle zone, una sbirciatina al di là del fiume di Klothilde aiuta a comprendere che in altri tempi, in altri luoghi gli uomini hanno avuto altri punti di riferimento. Ad esempio il fiume (“Guardando dal fiume si vede un altro mondo”). La bonifica del corso dell’Adige ha portato più benefici o più danni? Ecco un’altra contraddizione probabilmente insanabile.

E’ come quando ci si chiede se gli attentati degli anni Sessanta sono serviti o sono stati d’ostacolo al cammino dell’autonomia. Il dibattito, come è noto, è tuttora aperto. Dello Sbarba, da parte sua, è chiaro e fa bene ad esserlo: “L’autonomia non è arrivata grazie alle bombe, ma nonostante le bombe”. E tuttavia è bene raccontare quegli anni e dare la parola ai personaggi coinvolti: nella fattispecie a Sepp Mitterhofer, che quella sera dell’11 giugno 1961 mise una bomba sul traliccio sotto casa; ad Anna Amplatz, moglie di Luis, che alle cerimonie per ricordare i “martiri sudtirolesi” non va più.

Il libro di Dello Sbarba prosegue raccontando del capo dei tifosi del hockey bolzanino, di Nino, il “carabiniere italiano che gioca a Watten e tifa S. V. Tramin” e che non apprezza troppo le incursioni iconoclaste nella toponomastica italiana del suo paese, di come Elena Artioli, italiana al censimento, sia capitata (per un “lapsus”) sulle liste della Volkspartei, di come il castello di Magnago, il tempio del “Los von Trient”, sia passato, con Messner, a celebrare Bolzano capitale delle Alpi. Quelle Alpi che sono casa della “più grande e vera minoranza d’Europa”, “una minoranza non storica o nazionale, ma ambientale; non etnica, ma multilingue e multiculturale”.

Il racconto riparte dalle Acciarierie di Bolzano in cui la dinastia Falck organizzava la vita di una fetta notevole di bolzanini “dalla culla alla tomba”, illustra l’arrivo dei profughi istriano-dalmati in provincia (per loro fu un periodo paragonabile a quello delle opzioni per i sudtirolesi, con la differenza che essi non poterono ritornare a casa), si spinge in val Venosta dove gli italiani sono “in via di estinzione” e tuttavia vi si inaugura un centro della cultura, per così dire, “alla memoria”.

Mentre comincia la sua analisi, l’autore tira fuori qualche altro indicatore. L’aumento dei cittadini di origine straniera, ad esempio. Accade ovunque, ma in Alto Adige il fenomeno è destinato ad incidere sugli equilibri etnici, così come lo è l’aumento inarrestabile di famiglie mistilingui. E come spiegare l’alto tasso di suicidi? Ed alcune improvvise esplosioni di violenza più o meno domestica? Ci sono tante cose strane, in Sudtirolo. Come quella catena di attentati di matrice “italiana” datata anni Ottanta, di cui pochi sanno e su cui poco si è indagato (ed ora non si indaga più perché è tutta roba caduta in prescrizione). Oppure i legami più o meno oscuri, indecifrabili ai più, tra politica e finanza.

Grande spazio Dello Sbarba lo dedica a raccontare e ad analizzare la situazione del gruppo di lingua italiana, un gruppo che, paradossalmente (ma fino a un certo punto) “non ha un’identità di gruppo” (e “questa non è una malattia, ma una fortuna”). Non ce l’ha perché è in continuo movimento. Subisce un perenne ricambio di persone. Ma non è già questa una peculiarità di cui prendere atto? La mobilità non è già un abbozzo di identità? O è proprio la domanda sull’identità ad essere insensata e conviene “avviare una gestione intelligente e aperta del sistema, in cui l’autonomia perda il suo carattere etnocentrico, i gruppi facciano un passo indietro e le persone in carne e ossa una passo avanti”? In questo modo, dice Dello Sbarba, “potrebbe farsi largo pian paino l’orgoglio di vivere in una terra plurilingue, in un grande laboratorio di dialogo interculturale”. Per spiegare perché questo finora non sia avvenuto c’è bisogno nientemeno che di un antropologo americano. Ma quello che dice John W. Cole, professore emerito all’Università del Massachussets, è persino ovvio. “Credo che da entrambe le parti ci siano personaggi che lavorano per fomentare occasioni di discordia, portando al centro della discussione l’etnicità ed estremizzandola”. Niente di più vero. Niente di più dimenticato. I riferimenti di Cole sono al monumento alla Vittoria ed al referendum sul nome della piazza. L’immagine più patetica e avvilente dell’”identità italiana” che dà Dello Sbarba è quel generale in congedo che, di fronte ai fasci littori del monumento, tira fuori un foglietto e recita solennemente il testo del bollettino di Diaz: “L’esercito austroungarico è distrutto. I resti di quello che era…”

Ma allora la storia va avanti, o il tempo si è fermato? La domanda rimane sospesa nell’aria fosca e non sono i ritratti di Magnago, Berloffa e Durnwalder a riportare il sereno. Anzi, a loro modo si tratta di storie che hanno in sé un qualche cosa di inquietante, lasciano un po’ con l’amaro in bocca. Delle tre quella più umanamente “vera” sembra essere la storia di Berloffa. Ed è anche quella nella quale non si intravede il lieto fine.

Dello Sbarba, scrive Paolo Rumiz, ci offre “una delle guide migliori scritte sull’Alto Adige”. Però, sia chiaro, non è una guida per principianti. E’ per “progrediti”, cioè per coloro che hanno già fatto la scelta preliminare di non fidarsi delle apparenze e di non accontentarsi della situazione così come è.

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