Vita Trentina, i primi 60 anni

Vita Trentina – 29.10.2006

Avrebbe dovuto chiamarsi “Alba Trentina”, anziché “Vita Trentina”, quasi a voler dire già dalla testata che quella che si stava attraversando allora era una sorta di notte e che il giornale sarebbe servito per arrivare indenni fino al sorgere del sole. “Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?” (Isaia, 21,11). Però, racconta don Giuseppe Lona, il primo “redattore” del settimanale, “si doveva dire ben chiaro che nessuna tenebra era scesa suoi nostri ideali, nessun gelo notturno sui nostri entusiasmi… il nostro doveva essere, anche in mezzo alle malvagità e alle distruzioni degli avversari, un grido, un atto di vita”. Ecco dunque “Vita Trentina”.

Siamo alla fine del 1926 ed è indubbio che la nascita di questo settimanale debba collocarsi in quei giorni convulsi. Eppure Vita Trentina esce come discendente diretto ed erede di quella stampa cattolica e diocesana che ha radici lontane, in particolare delle testate quotidiane “La Voce cattolica” (dal 1866), “Il Trentino” (dal 1906) diretto dal giovane Alcide Degasperi, “Il Nuovo Trentino”, rifondato dallo stesso Degasperi nel primo dopoguerra, e del settimanale “Il Popolo Trentino” (1919-1926).

Il passaggio da Nuovo Trentino e Popolo Trentino al nuovo settimanale è strettamente legato all’evoluzione del governo fascista in dittatura, avvenuta a partire dagli anni 1925 e 1926. E tutta la storia dei suoi primi anni è condizionata dalle gravi limitazioni della libertà di opinione imposte in quegli anni.

Un quotidiano? No, un settimanale

I fatti che conducono alla fondazione. Il 31 ottobre 1926 Benito Mussolini, capo del governo dall’ottobre del 1922, subisce a Bologna un attentato di dubbia matrice. L’atto è attribuito ad un ragazzo che viene linciato seduta stante. Questo evento offre al regime il pretesto, nei giorni successivi, per inasprire le norme contro la dissidenza politica. Nell’immediato squadre fasciste si scagliano contro sedi di altri movimenti in tutta Italia, organizzano spedizioni punitive, molti prefetti sono indotti a sospendere i giornali di opposizione. A Trento i fascisti occupano con la violenza l’edificio del Sindacato Agricolo Industriale, invadono la sede delle cooperative di consumo, la Banca Cattolica e numerose casse rurali, la sede della Giunta diocesana di Azione Cattolica, la redazione e la tipografia del Nuovo Trentino e del Popolo Trentino. Degasperi era stato costretto a lasciare la direzione del Nuovo Trentino già all’inizio dell’anno, di lì a pochi giorni sarebbe stato dichiarato decaduto da deputato assieme ai suoi colleghi dell’opposizione e nel giro di qualche mese avrebbe subito l’arresto. Mons. Guido de Gentili, presidente dell’Azione Cattolica, è momentaneamente “confinato” a Gries, nel convento benedettino.

Le proteste del vescovo Celestino Endrici non hanno alcun effetto pratico. Tuttavia il problema dei giornali è subito affrontato con pragmatismo. Data l’impossibilità, per vari motivi, di continuare ad editare un quotidiano, l’opzione cade sul settimanale (e su di una pagina trentina da pubblicare sull’Avvenire di Bologna). La redazione, anche come consapevole segnale di continuità, viene affidata inizialmente a don Giuseppe Lona che proviene dalla direzione del Popolo Trentino. Stabilito il nome della testata, il primo numero di Vita Trentina porta la data del 23 dicembre 1926, anche se, per disguidi di carattere burocratico, l’uscita slitterà di qualche giorno. “La pace – scrive la redazione – che, a Betlemme, si annunzia agli uomini di buona volontà, vuol essere la nostra più sincera aspirazione”. Il programma: “Sentire, integralmente, cum Ecclesia”. Ovvero: “Vogliamo seguire fedelmente gli insegnamenti e le direttive che ci vengono dalla Cattedra di Pietro, interpretando, ne siamo sicuri, l’intimo sentimento della stragrande maggioranza del popolo trentino”. Quanto alla cronaca, essa sarà seguita “senza alcun parteggiamento politico, senza passionalità di sorta”, perché “la nostra passione sarà quella di fare del bene, al di sopra e al di fuori di tutti i partiti”. Se non è un’esplicita dichiarazione di guerra al fascismo, si tratta comunque di una chiara presa di distanze. L’appellarsi ad altre autorità ed il dichiarare di sentirsi portavoce della “stragrande maggioranza” della popolazione è poi un evidente atto di sfida.

Il distacco dal regime

Il settimanale, alla cui guida sarà don Giulio Delugan per quattro lunghi decenni (tranne la parentesi bellica), manterrà fede a questo atteggiamento anche nei momenti più duri. Gli anni che seguono la fondazione di Vita Trentina rappresentano un periodo critico per questa terra e per l’intero pianeta. La fondazione del settimanale, tanto per esemplificare, coincide con la creazione delle due province separate di Trento e Bolzano. L’iniziativa, fondamentale per lo sviluppo di Bolzano (così come esso è inteso dal regime), è percepita in modo estremamente controverso a sud di Salorno. Il Trentino si sentirà messo da parte, scavalcato dal nuovo rapporto diretto Bolzano-Roma. Tuttavia la diocesi, che estende i propri territori fino a Merano e Bolzano, continuerà a farsi garante – entro limiti realistici – dei diritti linguistici della popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige, almeno in campo pastorale e della formazione cattolica (i seminari, il catechismo).

Ciò che (quasi) tutta la Chiesa, compresa quella trentina ed il suo settimanale, saluta con compiacimento è la conciliazione con lo Stato italiano sancita dai Patti Lateranensi del 1929. Quello stesso anno Trento viene elevata ad arcidiocesi. Ma il nuovo idillio tra la Chiesa italiana è “l’uomo della Provvidenza” dura davvero poco. Da Roma, ai primi di giugno del 1931, arriva l’ordine di scioglimento di tutti i gruppi di Azione Cattolica poiché a quest’ultima si rinfaccia la prosecuzione, in maniera clandestina, delle attività del soppresso Partito popolare. In Trentino squadristi redivivi si impossessano dell’oratorio del Duomo e di quello di Rovereto. Il vescovo protesta. Il settimanale, per averne dato notizia, subisce il sequestro. Le cose in seguito si sistemano anche se di lì in avanti l’Azione Cattolica resterà sorvegliata speciale e interdetta da attività che esulino dalla sfera religiosa.

Nel complesso il giornale mantiene il suo atteggiamento di evidente distacco rispetto al regime. Mussolini non è mai chiamato “duce”, ma semplicemente “Capo del governo”. I commenti politici, nelle seguite rubriche “Panorama internazionale” o “Rassegna politica”, sono espressi citando ciò che altri hanno detto. Un esempio. Quando nel luglio del 1938 la stampa di regime pubblica il famigerato documento su “la posizione del Fascismo nei confronti dei problemi della razza” dando così base ideologica alle misure antisemite, il settimanale, dopo aver enumerato freddamente i dieci punti, chiosa: “La stampa cattolica italiana, dopo aver registrato oggettivamente queste enunciazioni, ha presa posizione esprimendo riserve e rilevando l’assoluta superiorità dello spirito immortale dell’uomo sulle accidentalità biologiche e l’unità del genere umano nell’origine, nel beneficio della Redenzione, nella legge della carità e nel destino supremo, ed esprimendo preoccupazioni per dottrine, che, passando dal campo biologico a quello filosofico, potrebbero creare antagonismi irreparabili”.

I secondi anni ’30 sono anni di difficoltà per la Chiesa trentina (la malattia del vescovo), di morbosi entusiasmi a livello nazionale (la guerra d’Africa, le sanzioni, l’impero, le leggi razziali), di scelte drastiche sul piano regionale. In particolare, dall’estate del 1939, gli altoatesini di lingua tedesca ed i tedeschi delle varie isole linguistiche sono posti di fronte all’opzione: scegliere la cittadinanza germanica ed espatriare, o rimanere al proprio posto “da buoni italiani”. La posizione della Chiesa trentina è univoca: contro l’espatrio. In quegli stessi mesi scoppia la guerra. Quando nel maggio 1940 Hitler, invadendo Belgio, Olanda e Lussemburgo, attacca la Francia, papa Pio XII invia telegrammi di solidarietà ai tre Paesi neutrali aggrediti. I testi, pubblicati dall’Osservatore Romano, sono riportati anche da Vita Trentina, malgrado le proibizioni del prefetto. E sarà proprio la guerra a condurre allo scontro finale don Giulio Delugan ed il prefetto Italo Foschi. Una prima diffida è del 31 marzo 1941. Il giornale è accusato di avere “costantemente tenuto atteggiamento agnostico di fronte al grandioso momento storico che l’Italia e il mondo stanno traversando, dando prova di assoluta incomprensione dei doveri dell’ora”, di aver riportato “notizie inopportune” e di avere una “intonazione” che può portare nei lettori “il dubbio e la sfiducia nella bontà e nell’esito della causa dell’Italia, della Nazione alleata e di quelle amiche”. Seguono una seconda diffida (23 aprile) ed il decreto di soppressione del settimanale (24 aprile).

La direzione don Degasperi

L’arcivescovo Endrici è morto alla fine del 1940 ed il suo successore, Carlo de Ferrari, non avrebbe fatto il suo ingresso in diocesi se non il 26 giugno 1941. Quasi a salutarlo e ad auspicare l’avvio di una nuova era di buone relazioni tra Chiesa e regime, il settimanale è autorizzato a tornare in circolazione il 12 dello stesso mese. Questa volta a dirigerlo è don Giovanni Degasperi. La redazione s’impone di “parlare il meno possibile della calamità della guerra”. Una “resistenza passiva” che esaspera il prefetto e che conduce più di una volta don Degasperi a momenti di preoccupazione. Il settimanale potrà godere di una relativa libertà d’azione solo tra il 25 luglio ed i primi di settembre del 1943. Il 2 settembre Trento conosce per la prima volta le tragiche conseguenze di un bombardamento aereo. Dopo l’8 settembre il giornale sospende per alcune settimane l’uscita per poi tornare ai suoi lettori. Redazione e tipografia sono sfollate presso Pergine. L’atteggiamento è ora quello di attendere che la guerra finisca evitando conflitti con le autorità occupanti al punto, per non cedere alle crescenti pressioni, di sospendere le pubblicazioni in maniera più o meno volontaria nell’ottobre del 1944.

In tutt’altro contesto Vita Trentina torna in edicola il 19 luglio 1945. Al timone c’è nuovamente don Giulio Delugan. Ora, superata la prima fase in cui la preoccupazione principale è quella di procurarsi i mezzi materiali per sopravvivere, i temi sono tutt’altri rispetto all’anteguerra: il partito cattolico, l’etica politica, i rapporti con l’Alto Adige, la Chiesa che s’incammina e attraversa la stagione del concilio Vaticano II. Sarà lo stesso don Delugan, nel 1966, a riassumere in un suo scritto le “linee fondamentali di condotta del settimanale”. Innanzitutto, ricordando un passato ormai lontano, “la sua aperta resistenza alle assurde imposizioni del regime fascista e in particolare alla pretesa propaganda della guerra e dell’odio”; in secondo luogo “il suo atteggiamento nettamente antinazionalistico e apertamente europeistico”, “il suo atteggiamento sinceramente democratico, in favore della giustizia sociale” e della “moralizzazione della vita politica”; poi “il suo risoluto atteggiamento in difesa delle autonomie locali”, in base al principio di sussidiarietà, e la sua “preoccupazione di favorire la conciliazione, l’intesa, la collaborazione fra i gruppi etnici della nostra Regione”; infine la sua apertura all’ecumenismo e al dialogo contro i cosiddetti “lontani”. Effettivamente la coerenza su alcuni di questi punti – ad esempio la questione dell’Alto Adige – avrebbe provocato a don Delugan non poche incomprensioni, sia all’interno della comunità cristiana che da parte della classe politica che in quegli anni si trovava invischiata nella controversa attuazione – tramite il primo statuto di autonomia – del dettato dell’accordo di Parigi del 1946.

Cristelli e il Concilio

Quando nel 1967 don Vittorio Cristelli raccoglie l’eredità di don Giulio, il Trentino, l’Italia, il mondo si trovano per molti versi in un’epoca completamente nuova. Il ventennio pastorale di mons. Carlo de Ferrari si è concluso nel 1961, con la nomina ad amministratore apostolico del vescovo di Bressanone Joseph Gargitter. Sono anni di ripensamento della cura d’anime e dei rapporti, non più di immediato collateralismo, tra la Chiesa, le associazioni cattoliche e la Democrazia Cristiana. Dopo l’insediamento del nuovo pastore, mons. Alessandro M. Gottardi (1963), nell’agosto del 1964 arriva a soluzione l’annosa questione dei confini tra le due diocesi della regione, con la cessione dei “decanati mistilingui” a Bressanone, la coincidenza della circoscrizione ecclesiastica con quella provinciale, l’erezione di Trento a sede metropolitana e la creazione della diocesi di Bolzano-Bressanone. Ma sono anche gli anni del concilio Vaticano II, sul piano ecclesiale, e della contestazione giovanile che arriverà, di lì a poco, a cancellare antiche certezze.

Quella diretta da don Cristelli, che si circonda da una redazione di giornalisti professionisti, è una Vita Trentina attenta al contesto sociale ed ai problemi dell’uomo contemporaneo (che è “via quotidiana della Chiesa”), memore della tradizione ed in particolare in sintonia con la “Parola” di cui proprio il Concilio ha riscoperto l’importanza, pronta a riconoscere “i segni dei tempi”.

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