Alto Adige – 12.10.2006
La grande sfida di questi primi anni del terzo millennio è l’incontro con l’“altro”. Il “nuovo altro”. Lo “scontro”, se preferiamo, con una realtà che non si conosceva, che non si riteneva reale, che non si sospettava vicina. Alcuni giorni fa, quando gli “scizzeri” sparavano le loro salve di auguri suscitando reazioni infastidite o arrabbiate dall’una o dall’altra parte, mi sono chiesto come sarà possibile per noi uomini e donne del Duemila riuscire a capire i disperati che lasciano tutto e si buttano su una barca per fuggire dalla loro miseria, le persone di altra religione che bussano alla porta delle nostre certezze e molto altro (molti altri) ancora, se poi ci areniamo immediatamente, appena dopo il primo passo, qui in casa nostra (per uno schioppo, per un nome, per una nomina…)… Ci rendiamo conto, sempre più spesso, che malgrado decenni (per la verità secoli) di viversi accanto, abbiamo afferrato poco o nulla l’uno dell’altro. Ciò che l’uno dà per scontato, per l’altro è un’offesa. Ciò che per l’uno è inconcepibile, per l’altro è pane quotidiano. Non c’è dubbio che dobbiamo questo risultato a decenni di separazione e di marcia su binari paralleli. Una cosa che pagheremo, soprattutto se coloro che possono, non sapranno imprimere presto nuovi accenti alla politica e alla cultura altoatesina (sudtirolese).

L’incontro con l’altro è e rimane la sfida. “Quando mi soffermo a riflettere sui miei viaggi intorno al mondo – viaggi iniziati ormai moltissimo tempo fa – talvolta mi ritrovo a pensare che i problemi più inquietanti in cui io mi sono imbattuto non erano i fronti e le frontiere, non erano le fatiche e i pericoli, bensì una costante insicurezza che mi poneva sempre le stesse domande: di che tipo sarà, come sarà e come si svolgerà l’incontro con l’Altro, con le altre persone che oggi mi capiterà d’incontrare lungo il cammino? Sapevo infatti che molto, se non tutto, dipendeva da questo. Ogni incontro era un punto di domanda: come si svolgerà? come procederà? come si concluderà?” Chi dice questo, chi si pone tali domande è Ryszard Kapuscinski, uno dei più grandi giornalisti del nostro tempo. Grande non per i ruoli ricoperti e per le posizioni raggiunte, ma per la capacità dimostrata nel calarsi nelle situazioni concrete per poterle comunicare. Per la capacità di ritrovare “in se stesso almeno una particella dell’Altro”. Non è di questo che abbiamo bisogno? Che cosa direbbe dunque Kapuscinski del nostro piccolo Alto Adige? Cosa dirà? Lo sapremo fra pochi giorni (il 17 ottobre, all’Università) quando il reporter polacco farà tappa nella Bolzano plurilingue, multietnica e multiculturale (una mostra di sue foto è aperta dal 10 ottobre in comune a Bolzano). Nella città dove spesso l’incontro con l’altro è vissuto con disagio, con fastidio, quasi come un’immeritata condanna. Emmanuel Lévinas invece – ci spiega Kapuscinski – “chiama ‘evento’, e addirittura ‘evento fondamentale’, l’incontro con l’Altro: è – questa – l’esperienza più importante, l’orizzonte più lontano. Come sappiamo, Lévinas fa parte del gruppo dei filosofi dialogici … che hanno sviluppato l’idea dell’Altro – in quanto essere unico e irripetibile…”
Non si tratta davvero di arrendersi all’altro, di annullarsi nell’altro, ma di entrare in comunicazione con lui. Avventurarsi sul terreno (politico, culturale, religioso) altrui può non essere facile. “Quando si viene strappati dalla propria cultura si paga un prezzo altissimo. Per questo è molto importante possedere un’identità ben definita e avere coscienza della sua forza, dei suoi valori, della sua maturità. Solo così l’uomo può confrontarsi senza paura con le altre culture. In caso contrario egli si nasconderà nella sua tana, si isolerà timorosamente dagli altri. Tanto più che l’Altro è lo specchio in cui io mi guardo o sono guardato, la superficie riflettente che mi smaschera e denuda, e indubbiamente questo noi vorremmo evitarlo”.
Kapuscinski vanta una pluriennale esperienza vissuta “tra Altri lontani”. Da essa ha tratto questo insegnamento che potremmo fare nostro: “Solo la benevolenza nei confronti dell’altro essere umano costituisce il giusto approccio per far vibrare dentro di lui la corda dell’umanità”. Ma più importante di ogni risposta resta la capacità, la disponibilità a porsi molto domande. E dunque: “Chi sarà il nuovo Altro? Come sarà il nostro incontro? Che cosa ci diremo? E in quale lingua? Saremo capaci di ascoltarci? Di comprenderci?”
La vera sfida del nostro tempo, ci ripete il reporter polacco, è in ogni caso questa: l’incontro con un “nuovo Altro”.