Responsabili di tutte le minoranze

Alto Adige – 29.9.2006

Chi oggi – nell’Europa che si unifica, nel mondo che si globalizza – vuole candidarsi ad essere difensore dei gruppi sociali più deboli (e tra questi le minoranze linguistiche o culturali), per farlo deve innanzi tutto essere credibile. Come è già stato detto da altri, chi intende farsi paladino di una minoranza nazionale solo perché la considera a sé etnicamente omogenea, non ha in realtà come obiettivo quello della difesa delle minoranze, ma attua una politica di carattere semplicemente nazionale (o nazionalistico). E poiché la minoranza, per definizione, si trova al di fuori dei propri confini, lo Stato in questione rischia di non avere alcun titolo per agire o di andare ad impantanarsi in controversie di carattere diplomatico.

Il problema oggi non è stabilire se l’Austria sia più brava dell’Italia a tutelare i gruppi minoritari o viceversa. Entrambi gli stati, al proposito, hanno i loro cadaveri nell’armadio. Si tratta piuttosto di prendere atto che ovunque esistono minoranze di vario tipo ed in ogni caso ai membri di questi gruppi vanno garantiti tutti i diritti, primo fra tutti quello ad usare una propria lingua e ad esprimersi con la propria cultura. Ma l’idea che debbano essere protette solo le minoranze che hanno una “potenza tutrice” è piuttosto avvilente.

E’ vero che il destino dell’Alto Adige, se non altro per ragioni storiche, riguarda anche l’Austria. Sarebbe sciocco negarlo. Abbiamo appena celebrato i sessant’anni di un documento in calce al quale ci sono le firme dei rappresentanti del governo italiano e di quello austriaco. L’Austria fa dunque bene a sentirsi corresponsabile per le sorti della nostra autonomia. E noi stessi (di ogni gruppo linguistico) dovremmo per primi essere contenti se l’autonomia resta al centro delle attenzioni non solo del governo italiano ma anche di quello austriaco.

Tuttavia, appunto, bisogna essere credibili (e seri). In primo luogo va tenuto presente che in questi sessant’anni ha preso vita un nuovo, importante soggetto di politica internazionale, ovvero l’Unione Europea.

Quell’Europa che definisce se stessa “unità nella diversità”, dichiara che i popoli che la compongono “pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale, sono decisi a superare le antiche divisioni e, uniti in modo sempre più stretto, a forgiare il loro comune destino”. L’Unione si ispira “alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, i cui valori, sempre presenti nel suo patrimonio, hanno ancorato nella vita della società il ruolo centrale della persona, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili e il rispetto del diritto”. In questa Europa “è vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata”, ad esempio, sulla “appartenenza ad una minoranza nazionale”. Essa “rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica”. Sono impegni che stanno nero su bianco: ad essi aderiscono l’Austria, l’Italia ed ogni altro membro dell’Unione.

Tutto questo per dire che sì, ogni cosiddetta “nazione” potrà anche preoccuparsi di “difendere” quelle che ritiene essere proprie minoranze nazionali al di fuori dei propri confini, ma oggi la tutela dei diritti dei singoli e dei gruppi (di tutti i singoli, di tutti i gruppi) passa attraverso la costruzione della comune casa europea. Dunque corresponsabili sì, ma di tutte le minoranza. Battersi per una sola minoranza (la propria) è antieuropeo. Non tutelare una minoranza all’interno dei propri confini se essa non può vantare una “potenza tutrice” è antieuropeo. Rivendicare un ruolo di potenza tutrice nei confronti di un solo gruppo linguistico è antieuropeo.

L’Europa è, da sempre, un insieme variopinto non solo di popoli, ma soprattutto di gruppi minoritari, di minoranze linguistiche le cui specificità sono spesso state sacrificate (o quanto meno nascoste) nel nome della ragion di stato. E’ curioso vedere ovunque che alcuni stati si ergono a difensori di minoranze a sé omogenee mentre sono i primi a bistrattare gruppi di altra appartenenza nazionale in casa propria. Oppure osservare come certe minoranze quando, cambiando prospettiva territoriale, diventano maggioranza, agiscono (nelle loro classi dirigenti) esattamente nel modo che altrimenti denuncerebbero come sopraffazione.

Nel trattare il tema delle minoranze e nel pensare a come costruire rapporti pacifici tra gruppi linguistici diversi, forse è necessaria una maggiore serietà (ad esempio nel prendere certe decisioni lontano dalle campagne elettorali) ed una adeguata dose di buona fede. Ma restiamo nel nostro piccolo: come cambierebbero il clima e la situazione concreta in Alto Adige se ogni gruppo si sentisse corresponsabile anche del bene degli altri gruppi?

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