Provincia autonoma – Settembre 2006
In 60 anni molto è stato costruito, ma restano ancora carenze da superare con un cammino comune tra Bolzano e Roma.

A sessant’anni dalla firma dell’Accordo di Parigi bisogna onestamente ammettere che si sono fatti enormi passi nella direzione indicata da quel documento. D’altra parte è necessario rendersi conto del molto che resta ancora da fare per dare un senso compiuto allo stesso Accordo e per tradurre il suo spirito in realtà.
Le cose fatte si riferiscono principalmente a quanto è stato possibile ottenere sul piano normativo ed allo sviluppo dell’autonomia sotto ogni punto di vista. Le carenze sono riscontrabili ancora, a volte in modo clamoroso e disarmante, sul piano della cultura, della comunicazione, dei rapporti tra i gruppi linguistici.
Per cominciare va detto che l’Accordo di Parigi appare ancora oggi, a leggerlo, non solo attuale ma anche lungimirante. Si veda ad esempio l’articolo 3. Non vi sono tracciate – e siamo solo nel 1946 – alcune delle premesse della nuova Europa? Certo, si parla dei rapporti tra due Stati specifici, ma i temi sono già quelli che porteranno all’Unione: il riconoscimento dei rispettivi sistemi scolastici e universitari, gli scambi transfrontalieri, il libero transito di uomini e merci. In altri termini già allora, nel 1946, cominciava – almeno per le menti più illuminate – a diventare anacronistica l’idea stessa di confine. Va aggiunto che l’aspetto più sorprendente di questo articolo 3 è la norma che impone, in sostanza, di rivedere tutta la questione delle opzioni e delle loro conseguenze. Per noi oggi è cosa ovvia, invece per il 1946 è un fatto straordinario: in quegli stessi anni milioni di cittadini di lingua tedesca venivano di fatto espulsi dalle loro regioni di residenza senza tanti complimenti. Una molteplice ferita a tutt’oggi non rimarginata.
Già allora Degasperi e Gruber, al di là delle successive interpretazioni diplomatiche, ammettevano che una situazione come quella altoatesina (e la questione della convivenza delle diversità in genere) non è un fatto interno ad un singolo Stato, ma ha molti elementi di interesse comune (e di comune responsabilità).
Altrettanto attuale è l’articolo 1. In esso si stabilisce la completa uguaglianza di diritti tra i gruppi linguistici dell’Alto Adige. I diritti riconosciuti agli abitanti di lingua italiana, si dice, devono essere goduti anche da quelli di lingua tedesca. E di lingua ladina, aggiungeremmo oggi. È ovvio che vale anche il discorso inverso. Potremmo parafrasare così, oggi, la lettera dell’accordo: i cittadini appartenenti ai gruppi minoritari e più deboli (sul piano sociale, economico, politico) “godranno di completa uguaglianza di diritti” rispetto ai cittadini appartenenti al gruppo dominante.
Pari legittimità
In particolare l’accordo menziona il diritto alla scuola nella lingua materna, la parità dell’uso delle lingue nella vita pubblica, la facoltà di ristabilire i cognomi tedeschi italianizzati, la pari opportunità di accesso ai posti di lavoro pubblici. Infine – spesso lo si dimentica –proprio in questo elenco di diritti, l’accordo menziona pure la “nomenclatura topografica bilingue”. Anche questa è una questione che presuppone il reciproco riconoscimento dei rispettivi patrimoni toponomastici, indipendentemente dalla loro origine. Di più: richiede di riconoscere all’altro il diritto di “esistere culturalmente”.
“Carattere etnico”
Ancora più attuali e lungimiranti sono altre norme contenute nell’accordo. Sempre all’articolo 1 si dice che i diritti di cui si è parlato devono essere sanciti da disposizioni speciali le quali sono destinate “a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca”. Vale la pena sottolineare che questa normativa ha lo scopo di tutelare il “carattere etnico” e culturale del gruppo tedesco e non, come a volte emerge dai fatti, a sancire il “carattere etnico” della provincia.
Il territorio come tale non è connotato etnicamente e men che meno lo è l’autonomia. È utile ricordare che (articolo 2) fin dal 1946 l’autonomia non è affatto concepita come destinata ad un solo gruppo linguistico. Essa è concessa “alle popolazioni delle zone sopraddette”. In altre parole l’autonomia è fin da subito intesa come autonomia territoriale, patrimonio di tutta la popolazione (o “le popolazioni”).
Autonomia per tutti i gruppi
Quando si parla dell’Alto Adige nello Stato italiano e dei rapporti futuri tra Bolzano e Roma, è proprio da qui che bisogna ripartire, ovvero dal superamento dell’equivoco secondo cui la Provincia tutela il gruppo tedesco mentre lo Stato si fa carico di quello italiano. Questa interpretazione è contro la lettera e lo spirito dell’accordo di Parigi. È vero che i firmatari dell’accordo, Gruber e Degasperi, presuppongono una dialettica tra Stato e Provincia (o Regione). È vero che essi temono le ingerenze di uno Stato centralista. Ma i due statisti, già allora, intendevano creare le condizioni di un’alleanza autonomista transetnica adatta a rivendicare alla Provincia-Regione le proprie competenze speciali. È questo anche il motivo della contestata inclusione del Trentino nel “quadro” autonomistico. L’autonomia, secondo i suoi padri, sarebbe stata difesa meglio da trentini ed altoatesini insieme, piuttosto che dai soli altoatesini, col rischio che essa si trasformasse in un contenzioso di carattere etnico-nazionalista, invece di avviare un cammino istituzionale utile all’intero Paese. Purtroppo, va detto, i “figli” non sempre sono stati all’altezza dei “padri”. Nazionalismi, voglia di rivalsa, etnocentrismi, interessi di partito, fughe in avanti (o indietro), hanno impedito che si creasse una comune cultura politica favorevole all’autonomia. È proprio questo il campo nel quale ancora c’è molto da lavorare.
Posto che l’Alto Adige non è più solo l’anello di congiunzione tra mondo germanico e mondo latino, ma è il punto di contatto tra l’area mediterranea aperta all’Africa ed il Nordest europeo, i rapporti futuri tra Bolzano e Roma vanno impostati sull’interesse reciproco. Sempre più, del resto, si può osservare una fattiva partecipazione da parte di esponenti della classe dirigente locale alla vita nazionale (ed europea). Allo stesso modo, là dove c’è vera conoscenza della situazione, sempre più uomini e donne attivi a livello nazionale dimostrano interesse e simpatia verso l’autonomia e le sue potenzialità.
D’altra parte basterebbe la consapevolezza che il “bene comune” non si realizza mai “contro” qualcuno, per comprendere la necessità di un cammino “insieme”, nel rispetto delle diversità e delle diverse competenze, ma nella condivisione delle responsabilità.
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