Alto Adige – 31.8.2006
Vent’anni di episcopato. Tanti. Come tante sono le cose che hanno cambiato volto in questi due lunghi decenni. Allora si era, tanto per dire, prima del crollo del muro di Berlino. Si viveva cioè in un mondo in cui il conflitto geo-politico (ed in parte culturale) aveva un orientamento est-ovest, mentre oggi le tensioni si scaricano in direzione nord-sud. Ma tutto ciò quanto è superficie e quanto è sostanza? Una cosa è certa: se allora, vent’anni fa, c’era necessità di dialogo e reciproca conoscenza oggi questa esigenza non è affatto venuta meno, semmai è cresciuta.
Mons. Wilhelm Egger fu chiamato il 29 luglio 1986 a raccogliere la difficile eredità del vescovo Gargitter, l’uomo che aveva accompagnato ed in parte positivamente influenzato gli anni più critici del dopoguerra altoatesino (e trentino). Il 31 agosto, nel vecchio Duomo di Bressanone, fu consacrato dalle mani del suo predecessore, dimessosi per motivi di età e di salute.

Mons. Egger si presentò subito, per così dire, in abiti semplici. Da francescano qual era e qual è. La sua prima lettera pastorale, non a caso, è datata 4 ottobre, ricorrenza di san Francesco. In essa egli invitava i fedeli a costruire insieme la chiesa, intesa come comunità di uomini e donne, ognuno dotato di un carisma (un dono) specifico da mettere al servizio degli altri. Il motto episcopale da lui scelto, la parola greca “syn” che significa “insieme”, avrebbe dovuto esprimere questo desiderio di unità nella diversità sia sul piano strettamente ecclesiale, sia su quello sociale. E’ evidente che in una diocesi trilingue, in una terra multiculturale dove si tende ad arroccarsi e a dividersi, la parola “syn” può essere un messaggio forte e addirittura dirompente.
Può essere anche uno slogan facile e vuoto, se privo di una solida base. Questa base il vescovo Egger la indicò fin da subito nella conoscenza e nella lettura comune (syn) della “Parola di Dio”. “Alla scuola della Parola di Dio”, a questo tema fu dedicato il primo triennio del suo episcopato. Il vescovo, riguardo a questo argomento, giocava in casa. La sua formazione accademica verte infatti tutta sullo studio delle Sacre Scritture ed in particolare del vangelo di Marco. Queste cose le ha studiate ed insegnate in tutta Europa. È stato anche presidente della Federazione Biblica Cattolica, importante organismo internazionale. Proporre alla comunità l’approfondimento della Parola di Dio significava dunque dire che le motivazioni del lavoro comune (syn) vengono da molto lontano e vanno continuamente riscoperte ed approfondite.
Il secondo triennio del suo episcopato – nel frattempo si riuniva alcune volte una vivace “assemblea diocesana” – fu dedicato a “la nostra responsabilità per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato”. Ecco, qui si usciva dal contesto di fede per aprirsi sul mondo circostante. Giustizia, pace, salvaguardia dell’ambiente sono temi di scottante attualità, ora come oggi. Necessitano di un osservatorio e di un impegno permanente. Si discusse di queste cose, in diocesi, proprio negli anni in cui a livello nazionale crollava il precedente sistema politico sull’onda di Tangentopoli. Il triennio si concluse con la pubblicazione della famosa lettera pastorale “Ricordatevi dei cinque pani… Il nostro impegno per l’uomo e il creato. Lettera pastorale da completare nelle comunità”. Dopo questo “porre le basi” l’attività diocesana sarebbe continuata di anno in anno sviluppando singoli argomenti (la famiglia, i giovani, la spiritualità, i temi legati alla preparazione del grande Giubileo del 2000, le vocazioni…).
In una realtà come quella altoatesina, in cui gli slanci ideali sono spesso smorzati da una rete invisibile di veti incrociati, è facile adagiarsi sull’esistente ed adeguarsi alle forme consolidate (ma non per questo ottimali) della convivenza civile (che non vuol dire pacifica, che non vuol dire “syn”). A stimolare l’intervento dei vertici diocesani, nel 1995, ci pensò il cosiddetto “Gruppo di iniziativa per una Chiesa più umana” col suo “Appello dal popolo di Dio” che, sull’onda di quanto accadeva oltre Brennero, raccolse in Alto Adige più di 18 mila firme per una maggiore democrazia nella Chiesa, per una rivalutazione del ruolo della donna, per una presentazione positiva della sessualità e per l’abolizione del celibato obbligatorio dei preti. La reazione dei vertici diocesani non fu di completa chiusura. D’altra parte non si tratta di argomenti in cui una singola diocesi possa introdurre significative novità.
Il pastore locale invece può (deve?) intervenire efficacemente su questioni che riguardino la vita della comunità, anche in campo sociale e politico. Per la verità lo stile di mons. Egger non è mai stato “interventista”, preferendo egli che fossero i singoli o i gruppi ecclesiali a prendere posizione. Almeno in un caso, però, la diocesi sotto la guida di mons. Egger ha fatto sentire pesantemente la sua voce, e cioè nel 1996, quando si trattava di celebrare i duecento anni del voto che i rappresentanti della regione fecero al S. Cuore di Gesù per tenere lontane la morte e la distruzione nel corso delle guerre napoleoniche (1796). In quel momento il “syn” fu imposto anche ai più refrattari e le celebrazioni del bicentenario, sia pure con qualche eccezione, furono una festa bi-trilingue.
Negli ultimi anni mons. Egger è spesso ritornato sui temi dei primi tempi, offrendo sussidi, lezioni, esortazioni. Si è dedicato a lungo alla visita delle 280 parrocchie altoatesine ed attualmente sta ripercorrendo le vie della diocesi passando di decanato in decanato. Voler elencare in breve le varie iniziative contenute in venti lunghi anni sarebbe impossibile.
Nel novembre 2003 il vescovo ha pubblicato un “Alfabeto sociale per la diocesi di Bolzano-Bressanone”. È, in più punti, un compendio del suo pensiero e delle sue aspirazioni. Alla voce “dialogo” si legge: “L’incontro con altri uomini di popoli e gruppi etnici diversi presuppone la disponibilità al dialogo, la capacità d’immedesimazione, il coraggio di un confronto spirituale e religioso, il rispetto e la compassione per le storie di vita e sofferenza umane. Grazie al confronto spirituale ci si apre alla verità che per noi cristiani è sempre collegata con la persona di Gesù. Il dialogo può risultare più facile se le parti a confronto conoscono bene la propria cultura e religione. Nella nostra regione abbiamo raccolto diverse esperienze di dialogo tra gruppi linguistici diversi. Continuare a curare queste forme di incontro così come promuovere la disponibilità al dialogo rimane per noi tutti un grande compito. La Chiesa locale dovrebbe proprio essere una scuola di dialogo tra gruppi linguistici diversi”.