Chiediamoci perché…

Alto Adige – 26.6.2006

Probabilmente sì, non è il caso di drammatizzare. Ed è giusto distinguere, nei festeggiamenti di fine partita, coloro che intendono semplicemente esprimere gioia, sia pure in modo più sonoro del solito (e a questi ci aggreghiamo), e quanti invece hanno intenzione di attaccare briga e cercano la rissa. Dei secondi, come è stato detto, dovranno occuparsi le forze dell’ordine. I loro comportamenti del resto non sono una novità per il calcio italiano (e non solo). Ogni domenica negli stadi ed intorno ad essi accadono scene riprovevoli, che nulla hanno a che fare con lo sport e che anzi tendono a spegnere in molti tifosi ogni autentica passione sportiva.

Tuttavia quello che si verifica in Alto Adige è un fenomeno un po’ diverso. Da noi il tifo assume anche una valenza politica. E fin qui, ancora, nulla di particolarmente nuovo ed eclatante. Succede anche altrove. Ma in Alto Adige, ecco la differenza, si tratta di una “politica” dai connotati “etnici”. Prima di continuare facciamo un’importante premessa: si tratta pur sempre di piccoli gruppi minoritari e certamente non della maggioranza della popolazione. Però, ecco, che la partita dell’Italia o della Germania diventi un pretesto per esibire i propri “attributi nazionali”, questo è un fatto anomalo. In tutta Italia (ed anche tra gli ormai celebri “italiani all’estero”) si sventola il tricolore. Però, a quanto pare (per alcuni almeno), un conto è sventolare il vessillo nazionale a Roma, o a Verona, o a Trento, altro è farlo a Bolzano o a Merano. Nel primo caso rimane un gesto da tifosi galvanizzati dalla vittoria della propria squadra (possa continuare a vincere!), nel secondo (per alcuni almeno) è un “fargliela vedere” a qualcuno, è un “cogliere l’occasione per…” Si dirà: Certo, ma è anche vero che un conto è “essere italiani” a Roma, o a Verona, o a Trento, altro è esserlo a Bolzano o a Merano. Può darsi. Anzi è sicuramente così. Ed è appunto su questo che sarebbe il caso di interrogarsi (dopo i Mondiali, s’intende, con tutta calma). Infatti gli atteggiamenti (più che comportamenti) registrati nei giorni scorsi ci dicono soprattutto qualcosa sulla società in cui viviamo. Non possono essere liquidati semplicemente come atti di gente un po’ brilla, ragazzate o quant’altro. Se la politica (etnica) entra nello sport, non è lo sport che deve interrogarsi, ma la politica. Se la vittoria degli azzurri (o dei bianchi o che so io di chi…) deve per forza diventare il motivo per esprimere la propria identità nazionale (e per sbattergliela in faccia ad altri), questo fatto non può non mettere in qualche modo in allarme. Si potrebbe infatti trattare della conseguenza di qualcosa che sta a monte. Gli esibizionisti della bandiera (quelli intolleranti, s’intende) potrebbero forse essere inquadrati, per semplificare, in due categorie. O si tratta di inguaribili nazionalisti, oppure siamo in presenza di persone che respirano un’aria (dico aria solo per allargare il concetto di “disagio”) che li porta “istintivamente” all’affermazione nazionale (e all’intolleranza per le affermazioni nazionali altrui). Nell’uno e nell’altro caso c’è forse da esser contenti che tutto si risolva in qualche pseudo-rissa post-partita. Più seriamente: nell’uno e nell’altro caso c’è da chiedersi (da non stancarsi di farlo) da dove vengono quel nazionalismo (idiota come tutti i nazionalismi) e quella voglia di urlare la propria identità (impalpabile e magari inconsistente o fasulla come tutte, o quasi, le identità).

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