Hofer e gli italiani

Alto Adige – 3.5.2006

Come molti sanno, nel 2009 ricorre il bicentenario dell’insurrezione della popolazione del Tirolo contro l’occupazione franco-bavarese e tutto ciò che essa comportava, sul piano politico, ideologico e culturale. La rivolta, protrattasi per tutto l’anno 1809, è legata ad un nome in particolare, quello dell’oste della val Passiria Andreas Hofer.

Non c’è dubbio che quella di Hofer, il “capitano Barbone”, come lo chiamavano gli italiani di allora, sia una figura controversa e bistrattata. Se n’è fatto un eroe spesso snaturando l’essenza del suo pensiero, che non aveva nulla a che vedere con una concezione nazionalistica o etnocentrica. Hofer fu un eroe “prenazionale”. Al suo tempo i nazionalismi non avevano ancora infestato la Terra tra i monti e l’Europa e già questo sarebbe un buon motivo per associarsi alle celebrazioni.

In parte la macchina organizzativa per il 2009 è già partita. Il presidente Durnwalder ha auspicato che in ciò che si farà possano essere coinvolti tutti e tre i gruppi linguistici. L’auspicio è condivisibile e la partecipazione di tutti è addirittura urgente, proprio oggi che sempre più si parla di “memorie condivise”. Inutile però nascondere che i duecento anni dell’Anno Nove suscitano una lunga serie di questioni (e forse proprio per questo sono benvenuti). Hans Heiss (autore di uno stimolante contributo sull’argomento nell’ultimo numero della rivista “Storia & Regione”) pone la domanda di fondo: “Come si può conciliare il rispetto della tradizione e allo stesso tempo conferire ad essa un nuovo respiro di apertura e di orientamento al futuro?”

È chiaro che uno degli elementi di novità sarebbe proprio il coinvolgimento degli italiani dell’Alto Adige (più facile, per molti versi, coinvolgere il Trentino). Sarebbe un grave errore, sostiene Heiss, non considerare il modo di vedere italiano nel fare memoria della sollevazione tirolese. Non ha senso lasciare che gli italiani, come avviene nella maggior parte dei casi, si limitino a vedere Hofer come qualcosa di lontano, un semplice elemento di folclore. Soprattutto: “Una riproposizione dei ‘valori eterni’ dell’Anno Nove sfocerebbe in una ulteriore divisione della memoria culturale” di altoatesini di lingua italiana e tedesca. Heiss elenca molti alti buoni motivi per un ripensamento dell’anniversario e propone, in sostanza, di orientarsi in definitiva ad una riflessione sui valori collegati all’idea di libertà, in particolare di una “libertà solidale”.

Andreas Hofer, uomo del suo tempo, lottava per la “libertà”, per la “liberazione”, ma anche contro l’omologazione imposta dalla nuova legislazione bavarese, contro l’imposizione delle idee (per quanto condivisibili) in punta di lancia. In un certo senso egli ebbe un rapporto critico con quella sorta di “globalizzazione” culturale che da alcuni decenni caratterizzava la vita europea.

Ci sono altri motivi che possono indurre gli italiani a partecipare a questo evento. Ad uno si è già accennato: Hofer fu un eroe “prenazionale” o, se vogliamo, “a-nazionale”. Viveva in un Tirolo in cui le differenze di lingua erano un dato di fatto vissuto positivamente. Lui stesso conosceva le lingue principali della regione. Al suo fianco, durante le rivolte, combatterono armati di lingua tedesca, italiana e ladina.

Infine Hofer fu espressione di una cultura, soprattutto marcata religiosamente, che era nata a partire dalla Controriforma e soprattutto dal ‘600, dall’incontro della spiritualità italiana con quella tedesca. Niente a che vedere, dunque, con identità di carattere nazionale nel senso che si sarebbe affermato nel corso dell’800 e che va tuttora per la maggiore.

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