Alto Adige – 17.2.2006
C’è un altro “disagio degli italiani”. È quello che provano, ad esempio, certi italiani di fronte ad altri italiani, i quali dimostrano, magari con arroganza e con fare saccente, di non avere alcuna comprensione per la diversa sensibilità altrui. È il disagio che si prova di fronte ad un Gerhard Plankensteiner costretto a cantare l’inno di Mameli in diretta tv per dimostrare di essersi davvero meritato la medaglia. È il disagio che si prova davanti a certe stucchevoli reazioni al giornale di lingua tedesca che titola “Gold für Südtirol”, anziché “Gold für Italien”. E allora? Di fronte a questi atteggiamenti io, personalmente, provo disagio. C’è chi pensa che il “buon sudtirolese” sia necessariamente quello che espone il tricolore, che si avvolge nella bandiera, che afferma di amare l’Italia e gli italiani. Se fa queste cose è bravo, altrimenti no. Si può essere così miopi ed arroganti e poi lamentarsi quando gli altri calpestano la nostra sensibilità? Perché si possono condividere senza dubbio gli appelli del presidente Ciampi ad onorare l’inno e la bandiera, ma solo finché inno e bandiera sanno essere elementi di unità e non di divisione. Inno e bandiera non si impongono a nessuno. Lo fanno solo i dittatori. Del resto chi l’ha detto che per essere cittadini onesti e leali di una repubblica è necessario innanzitutto conoscere e cantare l’inno ed ostentare la bandiera? Strano paese, l’Italia: si possono evadere allegramente le tasse, si può farsi beffe del codice della strada, si può infischiarsene del paesaggio e dell’ambiente, se ne inventa ogni giorno una per gabbare lo Stato, però… guai a toccare inno e bandiera.

“Gerry” ha fatto bene, alla fine, a prestarsi al gioco. Ha cantato le prime parole dell’inno ed è finita lì. Ha evitato così inutili polemiche. Ma sia chiaro: non è certo lui che ha fatto la figura dell’ignorante.
Una parte (non tutto) del disagio degli italiani (che esiste) deriva proprio dall’incapacità degli italiani di cogliere appieno il senso della realtà dove essi vivono. Per certi versi è un problema di lingua, d’accordo. Ma d’altra parte c’è anche la diffusa convinzione di aver capito tutto senza aver capito niente. Lo si è visto ad esempio dalle reazioni all’episodio della famosa “petizione”. Molti hanno detto la loro con cognizione di causa, ma molti altri non hanno fatto altro che rispolverare il vecchio armamentario del nazionalismo, che non ha mai portato a nulla, anzi è sempre stato controproducente (proprio per gli italiani). Tra i vari interventi che hanno trovato spazio su questo giornale, uno dei più chiari è stato proprio quello di uno Schütze che ha preso carta e penna per spiegare agli italiani il senso della “petizione”. Dopo aver letto la sua lettera si può anche non aver cambiato idea, ma intanto gli va detto un grazie per aver avuto l’umiltà di tentare un approccio e per aver tentato di calarsi nei panni dell’altro.
Anche dal presidente Durnwalder sono arrivate due proposte interessanti, ovvero quelle a partecipare tutti alle celebrazioni per i sessant’anni dell’accordo Gruber-Degasperi ed a quelle per i duecento anni della rivolta hoferiana nel 2009. Se c’è qualche italiano che sostiene che queste cose non lo riguardano, è padrone di farlo. Tuttavia sarebbe un atteggiamento che non ha ragione d’essere. Innanzitutto l’accordo di Parigi: in un certo senso è la carta fondante della nostra autonomia, è un momento di dialogo tra Austria e Italia, è un esempio per il resto d’Europa. L’accordo di Parigi è uno degli elementi privilegiati da considerare quando si voglia costruire, in questa terra, una memoria condivisa o condivisibile da tutti i gruppi. Lo stesso si può dire per Andreas Hofer e le vicende che lo riguardano. Pensare a Hofer come ad un eroe “tedesco” vuol dire subire ancora l’influsso di quella lettura in chiave nazionalistica che fu fatta del nostro eroe a partire da fine ‘800 e soprattutto nel ‘900. Invece no. Con Hofer c’erano tirolesi di lingua italiana, tedesca e ladina. Il suo tempo precede quello dell’instaurarsi dei nazionalismi ed egli è impregnato di una cultura (che non è più la nostra, d’accordo, sono passati duecento anni del resto) che nasce dall’incontro tra mondo tedesco e mondo latino.
Una partecipazione costruttiva a questi eventi è una sfida tutta da cogliere. Certamente richiede fantasia ed anche un certo sforzo mentale, ma rischia di essere più produttiva, in ultima analisi, di tanti discorsi su inni e bandiere.