Alto Adige – 12.2.2006
Sono passati esattamente dieci anni. Nessuno se ne ricorda più e forse è un bene. Forse non sarebbe neppure il caso di parlarne e non lo si farebbe di certo se si trattasse solamente di una mera questione di cronaca nera. Nulla di cui celebrare l’anniversario, questo è sicuro. Il fatto è che non si è in presenza di una semplice, per quanto tragica, catena di fatti di sangue. Non furono, quelli, dei “semplici” delitti seriali ed il fatto che essi siano stati così velocemente rimossi dalla memoria collettiva è qui a dimostrarlo.
Nell’inverno del 1996, proprio nel mese di febbraio, la tranquilla e ridente città di Merano fu sconvolta da una serie di omicidi apparentemente privi di una ragione evidente. Per primi due ospiti furono uccisi a sangue freddo sulla passeggiata Lungopassirio. Era l’8 febbraio del 1996. Sei giorni dopo un contadino di Sinigo cadde, senza sapere perché, sotto i colpi di una calibro 22 nell’aia del suo maso. Il giorno 27 un giovane fu ucciso nella centrale piazzetta del Duomo mentre camminava con la fidanzata. Le ultime vittime furono un agricoltore di Rifiano, un maresciallo dei Carabinieri ed infine lo stesso killer, Ferdinand Gamper, il quale, assediato dalle forze dell’ordine in un fienile, si tolse la vita. I messaggi di Gamper rinvenuti dagli inquirenti ne fanno un caso di follia omicida a sfondo etno-nazionalistico. Le vittime, così pare, avevano in comune l’appartenenza ad uno stesso gruppo linguistico (o tali erano ritenute dal killer), nella fattispecie quello italiano. Ma non è questo che conta: avrebbero potuto essere tutti tedeschi, nordafricani, nomadi, asiatici. Il discorso non cambierebbe. Il fatto che interessa è che un uomo abbia potuto incanalare la sua follia lungo il solco delle (presunte) differenze linguistico-culturali. E’ questo aspetto che rende oggi necessario ricordare e non rimuovere quegli eventi. Non certo per addebitarseli a vicenda, ma per riprendere il filo di una riflessione che allora sarebbe potuta, dovuta partire e che invece non c’è stata. In pochi si sono chiesti che cosa c’entriamo noi con la follia del “mostro”. In pochi si sono domandati a quale fontana quel poveraccio si fosse abbeverato. Non si è avuto ancora il coraggio di chiedersi a quali discorsi, a quali progetti politici, a quali interpretazioni distorte della storia egli abbia attinto per poter credere necessario e doveroso fare anche lui la sua parte, assumendo il tragico ruolo del kamikaze.

In questi dieci anni che ci separano da quegli eventi non abbiamo affatto approfondito le questioni fondanti della convivenza tra gruppi diversi. Al contrario siamo diventati più superficiali, più “pragmatici”. Più efficienti, ma al tempo stesso più miopi. Di fronte alla necessità di bandire la violenza dalla politica (nel linguaggio, oltre che nella pratica), di fronte all’imperativo di eliminare le ragioni dell’odio e di alimentare quelle della comunicazione, stiamo muovendo ancora i primi passi o non ci stiamo muovendo affatto. Gamper è morto con le sue vittime innocenti dieci anni fa. Il “mostro”, invece, lui non è morto. Dorme. Qualcuno potrebbe anche svegliarlo. Io sarei per cercare di renderlo inoffensivo, finché dorme.