L’Alto Adige e la Storia

Alto Adige – 7.12.2005

L’Alto Adige (e per molti aspetti il Trentino Alto Adige) è una di quelle zone in cui diventa evidente che la storia non può essere solo una materia d’insegnamento nelle scuole od un campo riservato all’interesse di pochi appassionati. La storia qui, da sempre e oggi più che mai, è in grado, se la si avvicina senza pregiudizi, di dare risposte ai problemi del presente. Non offre soluzioni, questo no, ma può spiegare la situazione, e questo è già molto.

Perché le Province e la Regione godono di una speciale autonomia? Come mai su questo territorio convivono diversi gruppi linguistici? Per quale motivo lo scenario politico nazionale non si rispecchia pienamente in quello locale? Perché ci troviamo in presenza di equilibri di potere fragili e al tempo stesso immutabili, all’apparenza? Da cosa deriva quel sentimento di disagio che attanaglia, a seconda delle circostanze, questo o quel gruppo, questo o quel territorio? Perché alcuni argomenti sono considerati come dei tabù, altri invece enfatizzati oltre misura? Perché vivere quassù comporta delle particolari difficoltà e al tempo stesso offre grandi opportunità, arricchisce sul piano della cultura e della comunicazione? Tutti questi interrogativi, e molti altri, trovano una risposta (molte risposte) nella storia di questa terra.

Innanzitutto l’Alto Adige (la Terra tra i monti, la Terra all’Adige, il Tirolo) è da sempre luogo di incontro (lo “scontro”, se vogliamo, è solo un particolare tipo di “incontro”). È da tempi immemorabili un confine fecondo. È il luogo della comunicazione (e “guardarsi in cagnesco”, se vogliamo, è solo una particolare forma di comunicazione). È qui che il mondo latino ed il mondo germanico si sono parlati e si sono reciprocamente arricchiti. Dunque il Tirolo (l’Alto Adige, il Trentino) non è solo la terra dei nazionalismi e del tentativo di superarli.

Tuttavia è vero che furono proprio i nazionalismi (fenomeno europeo) a segnare pesantemente le vicende del ‘900. Le loro radici vanno ricercate nei rivolgimenti di fine ‘700, di inizio ‘800, nella caduta degli equilibri precedenti e nella ricerca, in un certo senso, di nuovi punti di riferimento. Questi nuovi “valori” ed atteggiamenti arrivarono anche nel vecchio Tirolo, proprio quando erano in atto forti cambiamenti sul piano demografico. Si trattava in particolare delle migrazioni interne alla regione e dell’emigrazione verso altre terre ed altri continenti. Un periodo travagliato che si protrasse fino alla vigilia della Grande Guerra. Il conflitto ed il suo epilogo consegnarono alla storia un’Europa completamente mutata. Gli effetti che ci riguardano da vicino furono lo sgretolarsi dell’impero austro-ungarico, lo spostamento dei confini, l’estendersi fino al Brennero della sovranità del regno d’Italia. Eventi, questi, salutati dagli uni con favore e vissuti dagli altri come un lutto bisognoso di una lunga e sofferta elaborazione.

Per la prima volta il giovane stato italiano, nato sull’onda del “risorgimento nazionale”, si trovava a confrontarsi con la questione delle minoranze linguistiche. I governi liberali del dopoguerra non ebbero il tempo, la forza, le risorse culturali per aprire gli occhi su questa nuova realtà. Incombevano i conflitti sociali e la vecchia classe politica ne fu disorientata, travolta. I fatti di violenza del 1921 e del 1922 a Bolzano non sono che un aspetto del tutto particolare, ma in un certo senso marginale, di una situazione nazionale ingovernabile. Dice qualcuno che la violenza produce violenza. La Grande Guerra era stata un’ecatombe fino ad allora inedita, cui era ora necessario dare un significato. Ci pensò il fascismo, col suo disprezzo dichiarato per ogni democrazia, con i suoi miti, i suoi riti e, in definitiva, la sua miopia. Lungi dall’affrontare il problema della convivenza tra lingue e culture diverse, il regime attuò una politica che ebbe l’effetto di acuire la conflittualità. In Alto Adige soppresse la scuola tedesca, irreggimentò quella italiana, puntò alla sopraffazione etnica e, naturalmente, cancellò dal vocabolario politico la parola “autonomia”. In quegli stessi anni il gruppo italiano conobbe un rinnovato sviluppo ed il suo ruolo fu caricato di significati che per lo più sfuggivano agli operai della zona industriale e agli abitanti delle semirurali.

I disagi di tutti i gruppi linguistici, viene da pensare, derivano in gran parte proprio da quegli anni di mistificazione e di creazione di identità fasulle. Certamente questo comportamento non fu esclusivo del fascismo italiano. Ma questa considerazione può servire a spiegare, non certo a giustificare. In ogni caso il contesto internazionale fu determinante per gli ulteriori sviluppi. La politica estera del duce (in particolare con la campagna d’Africa) condusse l’Italia all’alleanza con Hitler, alle leggi razziali (micidiali per la comunità ebraica di Merano) alla tragedia delle opzioni e ad una nuova guerra assai peggiore della precedente. Anche in Alto Adige ci furono i bombardamenti, le deportazioni, il lager, le stragi, i tentativi di resistenza. Ciò che è certo è che in quegli anni (tra il 1943 ed il 1945) il fossato del pregiudizio tra mondo italiano e tedesco (ben oltre i confini regionali) si approfondì ulteriormente con effetti che, ancora una volta, si percepiscono fino ad oggi.

La seconda parte del secolo sta a dimostrare che gli strappi tra culture e popolazioni non si ricuciono se non con la pazienza e la buona volontà. Sull’onda dei venti nuovi della neonata Repubblica e dei trattati internazionali (accordo Degasperi-Gruber), la regione ebbe il suo statuto di autonomia. Furono affermati nuovi principi, riconosciuti i diritti negati i quali, per divenire realtà (sempre perfettibile) richiesero una lunga fase di assestamento. Il primo statuto entrò in crisi ed in molti (società civile, partiti democratici, la Chiesa) si mossero alla ricerca di soluzioni. Qualcuno imboccò di nuovo, minando e ritardando il cammino di riconciliazione, la via della violenza e delle bombe. Alla fine, per dirla in modo un po’ sbrigativo, prevalse il buon senso (che non fa sempre rima con “consenso”).

Nel 1972, col nuovo statuto, si apriva una nuova fase. Non si trattava solo di dare attuazione all’autonomia, ma anche di conquistare ad essa il benvolere di tutta la cittadinanza. La volontà di rivincita (non giustificabile, ma spiegabile anch’essa in termini storici) era sempre in agguato. Si credette di trovare un antidoto al nazionalismo nel pragmatismo, nella buona amministrazione. In realtà i conflitti non si superano dimenticandone le cause remote, ma trovando gli strumenti per riconciliarsi col passato. E’ per questo che la storia, in questa terra, continua ad essere un qualcosa che riguarda tutti, che può offrire a tutti, per quanto diversi, gli elementi per rispondere al sempre presente bisogno di identità (e per tenerlo a freno).

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