Alto Adige – 26.5.2005
Dopo quasi un anno di neutralità, alla fine di maggio del 1915, esattamente novant’anni fa, il regno d’Italia, ripudiata la propria adesione alla Triplice alleanza, entra in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa. Che ne è, in quel momento, della piccola minoranza italiana dell’Alto Adige? Essa si compone in parte di cittadini austriaci, in parte di sudditi del regno. I primi, come è ovvio, se abili al servizio militare, sono già stati arruolati nell’esercito imperiale, così come gli altri trentini. E’ noto che, alla vigilia dell’apertura del fronte meridionale, decine di migliaia di trentini vengono fatti evacuare e ricoverati nelle regioni interne dell’impero.
Per quanto riguarda gli altoatesini italiani ecco il caso di quelli residenti a Merano. Una parte di essi rimane in città ma durante gli anni di guerra la loro vita sociale è pressoché annullata, a cominciare dalle funzioni religiose. La lingua italiana, apparentemente, scompare.
La città, da alcuni decenni, ospita un discreto numero di “regnicoli”, giunti a prestare la loro opera nell’edificazione dei grandi alberghi e delle strutture turistiche. Questo gruppo, all’indomani della dichiarazione di guerra, diviene automaticamente “nemico” ed è internato a Katzenau, un campo di baracche allestito presso Linz inizialmente destinato ai prigionieri russi.

Nello stesso luogo sono condotte alcune centinaia di persone da tutto il Trentino con la qualifica di “politicamente inaffidabili” (politisch unverläßliche). Già da metà marzo del 1915, quando ormai si fa prevedibile il “tradimento” italiano, gli organi di polizia austriaci hanno ricevuto l’ordine di stilare la lista delle persone da allontanare secondo criteri ampiamente discrezionali. Gli arresti scattano già il 20 maggio e si ripetono anche nei giorni e nei mesi successivi in varie zone del Tirolo e, tra queste, la città ed il circondario di Merano.
Una prima retata di “politicamente inaffidabili” avviene a Merano il 20 maggio e riguarda Augusto Cis, Teresa Cova, Francesco Flor, Giuseppe Giovannini, Sebastiano Marcadella e Pietro Vinante. Di essi non si sa molto. Augusto Cis, originario di Creto, fa l’impiegato postale. Stesso mestiere di Teresa Cova, arrestata a Lana perché “di sentimenti antiaustriaci”. Francesco Flor, originario di Cles, fa il meccanico. Giuseppe Giovannini è capomastro a Maia Bassa. Sebastiano Marcadella, anch’egli di Maia Bassa, scalpellino di origini vicentine, è fermato già il 19 maggio in quanto “di sentimenti assolutamente italiani ed entusiasta per gli italiani” e a causa dei suoi “molteplici rapporti con italiani del regno”. Nei giorni immediatamente successivi altri meranesi di lingua italiana cadono nelle maglie della polizia. Guido Cestari, assistente di posta, viene arrestato a Trento il 23 maggio. Il 26 maggio si procede al fermo di Luigi Eichta, di Eligio e di Leopoldo Fontana. Eichta è il fondatore della Società operaia cattolica italiana di Merano. Non si sa nulla di preciso sulle motivazioni del suo internamento. Eligio e Leopoldo Fontana sono imprenditori. Di Leopoldo si conosce il motivo dell’arresto: “Comportamento filoitaliano. Traffica per la maggior parte con italiani. Nei cantieri ha occupato solo italiani e trentini”. Il 27 maggio avviene il fermo dell’avvocato, musicista e musicologo Alfredo Untersteiner. Tornerà dal Lager malato e morirà nel dicembre del 1917. Altro personaggio di spicco nel mondo della cultura meranese che prende la strada di Katzenau è il pittore Orazio Gaigher, a causa della sua presunta adesione alla Lega Nazionale.
Ad essi, si è detto, si aggiungono un certo numero di regnicoli meranesi che, nel campo di prigionia, si distinguono in modo particolarmente curioso. Scrive al proposito un giornale locale: “I regnicoli meranesi internati, come ci comunicano da Linz, hanno battezzato la loro baracca ‘Meranerhof’ e scritto questo nome a grandi caratteri sul portale bellamente dipinto. Nel mezzo si vede la chiesa parrocchiale di Merano con gli edifici vicini. Tutto è eseguito in modo molto bello e a colori”. Evidentemente c’è la consapevolezza che le ristrettezze del campo e la lontananza da casa sono pur sempre meglio della vita e della morte in trincea.