Alto Adige – 15.5.2005
Li chiamavano “aisenbòneri” (o “asenpòneri”), italianizzazione del sostantivo tedesco “Eisenbahner” (ferroviere). Venivano dal regno d’Italia e molti anche dal Trentino. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 viaggiarono per mezza Europa, ma anche nelle Americhe e nelle zone più remote dell’Asia, per prestare la loro opera non tanto nella conduzione dei treni, quanto piuttosto nella costruzione delle ferrovie. Anche la linea Merano-Malles, costruita tra il 1904 ed il 1906, fu in gran parte opera loro. Ne parla diffusamente un articolo sul settimanale degli operai cattolici trentini “Fede e Lavoro” apparso esattamente un secolo fa, il 7 aprile 1905, intitolato “Un giro in mezzo agli operai italiani della val Venosta”.

“Per una combinazione fortunata – scrive il cronista – ho potuto compiere un giro interessante fra gli operai italiani addetti ai lavori della ferrovia in Val Venosta. Ne trovai del Trentino e dell’Italia. Saranno in tutti 4000, di cui il contingente maggiore viene fornito dal vicino Regno. Fra i nostri non sono però pochi quelli di Fiemme, Primiero e Valle di Non, che ammonteranno alla bella cifra di 700 od 800. E’ una stretta al cuore che si prova, passando in rassegna quelle facce abbronzite dal sole, quegli uomini dalle braccia nerborute, costretti a strapparsi dalla famiglia, per mantenerla in vita e per fare, come si dice, buona figura in quella patria, che non sa dare loro pane e lavoro. Non dimanderebbero di più, ma purtroppo neanche di ciò sono sempre bene provveduti. Tuttavia, benché in paesi stranieri, dalla lingua e dai costumi diversi, in un ambiente non sempre a loro favorevole ed amico, non si lagnano guari della propria sorte, solo preoccupati del lavoro che potrebbe venir sospeso o presto finire. “Lavoro, lavoro”; mi diceva uno d’essi in mezzo a un crocchio di lavoratori trentini: “che sarà di noi, quando questa ferrovia dopo un anno sarà compita?” – “Senza lavoro non si può vivere”, riprese un altro, che dall’aspetto e dalla voce mi parve un primierotto. E un terzo saltò su: “Taglieremo allora queste foreste e… el Signor el ne benedissa”.
L’articolista prosegue affermando che “l’operaio italiano non è cattivo in fondo alla sua anima; sobrio e laborioso pensa di spesso alla famiglia e alla patria, di cui deplora le tristi condizioni economiche e sociali, ma appunto queste stesse condizioni, che lo trattengono all’estero, formano la tentazione più grave per la sua fede e per i suoi costumi”.
Di qui l’appello ai membri delle organizzazioni operaie cattoliche italiane di Merano: “Veggano poi anche gli egregi ed attivi amici di Merano di porgere il loro valido aiuto ai confratelli di Val Venosta, cui il medesimo sangue ed una patria lega e si renderanno altamente benemeriti della religione e della società”.