Merano. 30 aprile 1945

Alto Adige – 27.4.2005

Il 30 aprile 1945 è una data entrata violentemente nella memoria collettiva dei meranesi. In città quel giorno si formano alcuni cortei inneggianti alla pace e alla fine della guerra. All’improvviso i manifestanti sono fatti bersaglio di colpi di arma da fuoco. È una strage. In due luoghi diversi nel centro di Merano perdono la vita il bambino Paolo Castagna, lo studente Orlando Comina, il cameriere Andrea D’Amico, l’elettricista Dino Ferrari, il commerciante Otello Neri, il contadino Luigi Trabacchi, il direttore didattico Benone Vivori ed il meccanico Luigi Zanini.

I fatti del 30 aprile si prestano ancora oggi a diverse interpretazioni, per quello che riguarda la dinamica, i motivi, i retroscena dei tragici eventi. Secondo una consolidata ricostruzione dei fatti, in mattinata a Merano si sparge la voce che la guerra è finita. Attraverso la radio clandestina in molti sono al corrente dell’insurrezione avvenuta nelle città dell’Italia settentrionale. Da giorni, se non da mesi, si è certi dell’inesorabile disfatta germanica. Qualcuno, forse, sa pure che da qualche giorno sono in corso trattative tra il Cln e le autorità tedesche per la resa. In città, infine, sono arrivati dalla Germania i primi reduci, attraverso il passo Resia.

I volontari per la libertà

Da mesi, a partire dall’8 settembre 1943, alcuni meranesi hanno cominciato ad organizzarsi in vista di un eventuale impegno armato al momento del crollo del Reich. Si tratta di un certo numero di gruppi composti di ex militari, di giovani e di operai che, spesso all’insaputa l’uno dell’altro, raccolgono armi e progettano piccoli atti di sabotaggio. Nel frattempo, soprattutto negli ultimi mesi di guerra, prende forma il Cln (Comitato di liberazione nazionale) i cui elementi principali sono don Primo Micheolotti, cappellano presso la chiesa di S. Spirito, e Teodoro Nazari, uomo d’affari genovese. Ad essi si aggiunge, nelle ultime settimane, l’industriale milanese Bruno de Angelis, la cui famiglia è da tempo domiciliata in riva al Passirio.

Le trattative di resa

E’ de Angelis che tesse la rete della resistenza meranese, nel contesto di quella altoatesina e, più in là ancora, dei movimenti in atto nell’Italia settentrionale. Venuto a sapere dell’operazione Sunrise, in base alla quale i generali tedeschi, tramite la Svizzera, stanno trattando con gli alleati la resa delle armate in Italia, de Angelis si inserisce nelle trattative e giunge, negli ultimi giorni, ad entrare più volte in contatto con i comandi germanici. Alla fine riuscirà, il 3 maggio, a farsi consegnare la provincia a nome del governo italiano e del Cln.

L’occupazione del municipio

È in questo contesto convulso che de Angelis, la mattina del 30 aprile, dà ordine ad alcuni poliziotti italiani di recarsi in municipio, di verificare la consistenza del corpo di guardia ed eventualmente di farsi consegnare l’edificio. La cosa prende una piega imprevista. Ai poliziotti si aggiunge un gruppo di vigili urbani e di impiegati comunali che passano ad una vera e propria occupazione del comune. Tuttavia l’azione fallisce presto per il sopraggiungere di rinforzi germanici. I rivoltosi sono arrestati e rinchiusi in attesa di ordini.

I cortei

Il clima è ormai surriscaldato ed ai responsabili dei gruppi partigiani pare giunto il momento di intervenire. Si discute animatamente. Alla fine de Angelis e Nazari raggiungono un compromesso con i “patrioti”. Questi ultimi non dovranno estrarre le armi ma limitarsi ad animare una manifestazione pacifica per le vie cittadine. Ecco che si formano i cortei, in un primo momento tollerati dai militari germanici, in un secondo tempo inspiegabilmente repressi nel sangue.

Dubbi irrisolti

Date le molte voci spesso in disaccordo, è quasi impossibile trarre dai documenti disponibili delle conclusioni certe su come siano andate veramente le cose. Restano alcuni dubbi. Il principale: il corteo meranese è stato organizzato intenzionalmente per provocare una reazione sanguinaria da parte dei militari tedeschi, da far valere al tavolo della pace? Quasi certamente la risposta è no. Forse è vero che un’insurrezione di Merano è stata progettata come contributo locale all’insurrezione generale del 25 aprile 1945. Non ci sono però elementi che portano a dire che la manifestazione del 30 aprile, come tale, sia stata pianificata in quei termini. Vero è, invece, che un certo numero di persone, poi inquadrate nelle brigate partigiane, hanno raccolto armi e si sono addestrate. Sia con la prospettiva di una improbabile “sollevazione”, sia, soprattutto, per intervenire a mantenere l’ordine pubblico una volta che le truppe germaniche avessero lasciato la città.

Che senso avrebbe avuto un’insurrezione armata su vasta scala, tanto più che le trattative erano in corso e de Angelis era il primo a saperlo? Una sollevazione avrebbe solo gettato discredito sulla buona volontà di dialogo da parte dei rappresentanti del governo italiano. In realtà quella del 30 aprile non è affatto una “insurrezione”, ma una semplice manifestazione senza armi, avvenuta su pressione dei “patrioti”. De Angelis dà il suo benestare, pur essendo in realtà convinto della sua inopportunità, impartendo l’ordine di marciare disarmati. La stessa “occupazione” del municipio avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di de Angelis, del tutto pacifica.

Emerge dunque, il 30 aprile, una diversità di vedute tra gruppi armati e Cln. La manifestazione pacifica non è l’inizio della sollevazione, ma è la soluzione escogitata per evitarla. Più che da un piano preciso gli eventi sono governati da una buona dose di cattiva comunicazione, di improvvisazione e di errata valutazione della situazione. L’unica cosa che manca davvero di logica, in tutto ciò, è la reazione sproporzionata dei militari germanici. Essa è del tutto ingiustificata (sarebbe bastato sparare in aria per disperdere la folla) e si rivela politicamente controproducente.

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