Alto Adige – 26.4.2005
Per lunghi anni, al bivio di Cerè appena fuori Ala, fu apposta una lapide che ricordava il parroco di Giazza, don Domenico Mercante e lo “sconosciuto soldato tedesco che il 27 aprile 1945 qui testimoniarono in comune olocausto il trionfo delle leggi divine sulla barbarie della guerra”. Ci sarebbe voluto molto tempo per dare un’identità al militare, mentre era chiara la dinamica dell’accaduto, grazie anche alla testimonianza di alcune persone del luogo.
Siamo appunto ad Ala, nel pomeriggio del 27 aprile di sessant’anni fa. Sono gli ultimi giorni di una guerra che ha insanguinato l’Europa. Le ultime linee difensive tedesche hanno ceduto all’avanzata alleata. Qualcuno fantastica ancora di un’estrema resistenza nella fantomatica “fortezza alpina”, mentre in realtà sono in corso le trattative per la resa ed è in corso la ritirata.

Un gruppo di circa cento soldati tedeschi, guidati da un manipolo di SS, esce da Ala per dirigersi verso il Brennero. Al bivio appena fuori città si fermano e fanno cerchio intorno ad un uomo malconcio in abito talare. Un ufficiale compone in fretta e furia un plotone d’esecuzione. Tra i chiamati c’è un militare appartenente alle Waffen-SS. Il giovane sui trent’anni esce dai ranghi e dà la sua pubblica testimonianza: “Sono cattolico, padre di quattro figli, non sparo ad un innocente”. L’atto di disobbedienza è destinato a costargli la vita. Il prete, fucilato, cade nel cratere di una granata. Subito dopo il soldato, che ha assistito impotente all’esecuzione, viene fatto scendere nel cratere ed è a sua volta giustiziato. Un colpo di arma da fuoco lo raggiunge al volto. Cade esanime a fianco dell’altra vittima. Nei giorni successivi i cittadini di Ala coprono pietosamente i due corpi con un sottile strato di terra, finché non giungono i parrocchiani del prete a recuperarne la salma. Il corpo dello “sconosciuto soldato tedesco” viene sepolto nel cimitero di Ala. Chi sono i due? Il sacerdote è don Domenico Mercante, da pochi anni parroco di Giazza, paese cimbro alla sommità della valle d’Illasi, tra i monti Lessini del Veronese. Nel tentativo di risparmiare il paese da saccheggi e distruzioni, il pastore si era mosso, quella mattina, incontro alla colonna militare. I soldati ne avevano subito approfittato per prenderlo in ostaggio, promettendogli la liberazione una volta giunti al passo Pertica, da cui si scende alla volta della valle dell’Adige. La promessa non era stata mantenuta. A colpi di scarpone e di baionetta il religioso era stato costretto ad accompagnare il lugubre corteo fino al fondovalle. Ad Ala era stata velocemente decretata la sua condanna a morte con l’accusa di essere un collaboratore delle bande partigiane del Veronese.
A lungo non si seppe chi fosse il soldato che si era rifiutato di sparargli. Solo le ricerche del nuovo parroco di Giazza e soprattutto di mons. Luigi Fraccari, per lungo tempo assistente dei lavoratori italiani prima nella Berlino nazista e poi in tutta la Germania orientale, hanno portato ad individuarne l’identità. Si tratta dunque di Leonhard Dallasega, nativo di Proves in alta val di Non. Nato nel 1913 aveva servito in Africa l’esercito italiano. Optante per la Germania, nel 1944 era stato richiamato alle armi e arruolato nelle SS combattenti. Dopo un periodo di formazione nel Reich era stato destinato a Caldiero dove le SS avevano un centro di comando. Col grado di caporalmaggiore svolgeva le funzioni di messo postale e di capo cuoco.
Essendo imminente l’arrivo dell’esercito alleato che aveva ormai sfondato la “linea gotica”, le truppe tedesche si mossero in ritirata. Leonhard il giorno 26 aprile decise di abbandonare il suo reparto, inforcò la sua bicicletta di servizio e pedalò per trenta chilometri risalendo la valle d’Illasi fino a Giazza dove pernottò in un casolare. L’indomani, mentre cercava di scambiare la bici con un abito civile, incappò nel gruppo di soldati che lo prese con sé considerandolo uno sbandato.
Il giorno dopo si trovò dunque ad Ala, ma al momento della fucilazione di don Domenico si rifiutò di farsi complice di quell’omicidio. Ebbe solo il tempo di dire: “Sono padre di quattro figli”. Poi stramazzò al suolo. Leonhard fu spogliato di ogni documento di riconoscimento e la sua testimonianza non sarebbe giunta a noi se alcuni cittadini di Ala non avessero potuto vedere, da una certa distanza, tutto l’accaduto. Oggi, al bivio di Cerè, il suo nome è scolpito nel marmo accanto a quello di don Domenico. La sua salma riposa ora nel cimitero militare germanico di Merano, al numero 1018.
Bibliografia:
La storia (romanzata) di Leonhard Dallasega è oggetto del racconto “Come un’eco lontana”, pubblicato nel volume:
Paolo Valente, Di là del passo, ed. Raetia, Bolzano