Papa Ratzinger

Alto Adige – 19.4.2005

Il 16 ottobre del 1978, quando il cardinale arcidiacono pronunciò quel nome, Wojtyla, in molti si guardarono perplessi. Non ne avevano mai sentito parlare. Questa volta invece il nuovo papa, Benedetto XVI, gode fin da subito di una vasta notorietà. E non è detto che questo aspetto giochi a suo favore. Se è vero da un lato che Joseph Ratzinger conta su un discreto numero di ammiratori, è inutile negare che in oltre vent’anni da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede egli si è guadagnato la fama del gendarme, ben sintetizzata nel nomignolo di “Panzerkardinal”. Pur essendo lui stesso, a suo tempo, considerato un teologo “progressista”, durante due decenni ha contestato un’infinità di colleghi teologi, ne ha condannato le idee, in caso di mancato allineamento li ha sospesi dall’insegnamento o esposti alla scomunica. Il discorso sarebbe lungo e fuori luogo, in quest’occasione. Si può tuttavia ricordare che l’allora cardinale Ratzinger non agì solo, ma in piena sintonia con chi lo aveva chiamato a quel ruolo, ovvero papa Giovanni Paolo II. E del resto si è trattato indubbiamente di un compito ingrato, destinato a causare malcontento, vittime ed effetti collaterali.

L’elezione del nuovo papa si pone certamente nel segno della continuità: un pontefice europeo, stretto collaboratore del suo predecessore. La sua provenienza dall’area linguistica tedesca ne fa senza dubbio un conoscitore di quei fermenti di riforma che, non da oggi, si agitano al di là delle Alpi. Posizioni ed idee con le quali Ratzinger è entrato frequentemente in conflitto, ma tra le quali è cresciuto e dunque, forse, in un diverso ruolo, più facilmente può entrare in comunicazione. Il ruolo di papa, non va dimenticato, è molto diverso da quello che egli fino ad ora ha rivestito. Fare previsioni su come si muoverà nella sua azione e nel suo magistero un nuovo pontefice è un esercizio che spesso si rivela fallace. Per chi crede, infatti, è lo Spirito Santo non solo l’artefice dell’elezione, ma anche la guida del vescovo di Roma durante l’arco del suo impegnativo ministero. E’ dunque probabile che papa Benedetto XVI avrà la capacità di stupirci, così come è avvenuto per chi lo ha preceduto.

In ogni caso fin da ora lo stesso Ratzinger ha voluto suggerire alcuni elementi che lo caratterizzano. Essi sono in parte enigmatici ed andranno chiarendosi man mano. Ciò che colpisce soprattutto è quella sorta di amaro pessimismo che Ratzinger ha espresso nei confronti dell’uomo, sia nella chiesa che fuori di essa. Durante la Via Crucis dell’ultimo venerdì santo, ad esempio, ha lamentato l’allontanamento di molti da Cristo, la deriva verso un secolarismo senza Dio, l’abuso e la distorsione della sua parola. “Quanta poca fede – ha detto – c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!” E ha aggiunto: “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano”. A cosa avrà voluto riferirsi? Alla necessità di riforma, di purificazione, di riallineamento? Impossibile una risposta univoca.

Il suo manifesto programmatico, sia pure ancora teorico, sembra essere contenuto nell’omelia tenuta pochi giorni fa in occasione della messa “Pro Eligendo Romano Pontifice”. Qui egli esprime chiaramente la necessità per i credenti di una forte identità, di non rimanere “fanciulli nella fede”, ovvero di non essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina”. Si scaglia contro i “venti di dottrina”, le “correnti ideologiche”, le “mode del pensiero”, elencandole una ad una. Rivendica il dovere di “avere una fede chiara” senza per questo dover essere tacciati di fondamentalismo, mentre il relativismo “appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni”. Questo relativismo, secondo Ratzinger, si erge a dittatura, “non riconosce nulla come definitivo” e “lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

Tuttavia egli stesso non identifica l’antidoto al relativismo nel dogmatismo fondamentalista, quanto piuttosto in “una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia – dice – che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità”. Che cosa significhino precisamente queste affermazioni lo vedremo nei prossimi mesi, nei prossimi anni, quando il papa uscirà dalle mura vaticane per incontrare un mondo nel quale le domande sono sempre più che non le risposte. La sfida è alta, anzi altissima, tanto più che non solo i cattolici, ma tutta l’umanità attende dal nuovo pontefice parole di incoraggiamento e di speranza.

Avrà inoltre modo di spiegare, papa Ratzinger, il motivo della scelta di quel nome: Benedetto. Escluso che si tratti di un segno di rottura con i Giovanni ed i Paolo che lo hanno preceduto, esso fa piuttosto pensare al papa che giudicò la guerra una “inutile strage” e che lavorò per la pace ed il dialogo tra le nazioni. Identità e dialogo sembrano essere dunque per ora i capisaldi di un pontificato la quale guardare con attenzione, curiosità, partecipazione e rispettosa fiducia.

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