Alto Adige – 7.4.2005
La storia si svolge tra Merano, l’alto Garda, Rovereto e Valli del Pasubio. Di più: tra Roma, Berlino e Tokyo. I vicentini Paolo Savegnago e Luca Valente, autori del libro “Il mistero della missione giapponese”, dopo anni di attente ricerche, offrono ora la “soluzione di uno degli episodi più enigmatici della guerra nell’Italia occupata dai tedeschi”.
I fatti in breve. Siamo ai primi di giugno del 1944. Due giapponesi sono partiti in auto da Venezia alla volta di Merano. Lungo il percorso hanno preso a bordo una donna che ben conoscono. È Maria Clementi Giusto, la padrona di casa meranese di uno dei due, che è andata in visita ad alcuni parenti di Vicenza. La vettura sta percorrendo la statale del Pasubio in direzione di Rovereto. Poco prima dell’abitato di Sant’Antonio di Valli la macchina è in panne. Giunti a fatica in paese i tre sono arrestati da un gruppo di partigiani locali. Saranno tenuti in custodia per qualche tempo e poi inspiegabilmente passati per le armi. Ciò che aggiunge tragicità alla vicenda è quanto accade alcuni giorni dopo. Giovanni Giusto, marito di Maria, non vedendo rincasare la moglie, ne ricostruisce il percorso e si presenta a Sant’Antonio di Valli. Scambiato forse per una spia subirà la stessa sorte di Maria e dei due giapponesi.

Lo stesso giorno della cattura dei due, l’8 giugno, si verifica un episodio per molti versi analogo. Un’auto scura, guidata dal meranese Amos De Marchi, trasporta due ufficiali nipponici. Proviene da Montecatini, dove ha sede il comando della marina tedesca, ed è diretta verso la città del Passirio. Nel tardo pomeriggio la vettura transita nei pressi del Fosso degli Affrichi, a pochi chilometri da Pianosinatico. La macchina comincia a sbandare. Una pattuglia partigiana ha disseminato l’asfalto di chiodi a tre punte. De Marchi è un abile guidatore e riesce ad arrestare il veicolo senza conseguenze. All’improvviso però dalla boscaglia escono alcuni partigiani armati. Nel caos che ne segue partono alcuni colpi di arma da fuoco. Il capitano Mitsunobu rimane esanime sul sedile dell’auto. Il suo vice Yamanaka, sebbene ferito, riesce fortunosamente a fuggire mentre De Marchi si consegna agli assalitori.
Si tratta, in questo caso, dei titolari della missione navale giapponese, trasferita da Roma a Merano nel 1943. Gli uffici della missione sono sistemati nella villa Burgund, sulla sponda sinistra del Passirio. Altri diplomatici giapponesi, in quei giorni, sono residenti a Venezia (ambasciata) e a Cortina d’Ampezzo (addetto militare).
Se la vicenda di Pianosinatico è chiarita da tempo, non così per quella di Valli del Pasubio. Per oltre sessant’anni, ad esempio, i due giapponesi caduti nelle mani dei partigiani sono rimasi senza identità. Ora Savegnago e Valente, seguendone attentamente le tracce, hanno dato loro un nome e ricostruito interamente la vicenda. Il libro di 450 pagine è edito da Cierre e dall’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Vicenza “Ettore Gallo”. Sarà presentato nei prossimi giorni in diversi centri del Vicentino e, prossimamente, anche a Merano.