Alto Adige – 6.4.2005 – Intervista a Federico Steinhaus
Papa Giovanni Paolo II, nato a pochi chilometri dal campo di sterminio di Auschwitz, ha dato uno storico contributo al ripensamento dei rapporti tra il cristianesimo e l’ebraismo. Già il concilio Vaticano e Giovanni XXIII avevano rinnegato ogni atteggiamento antigiudaico. Il papa polacco ha proseguito per quella strada, dichiarando che per i cristiani gli ebrei sono fratelli e restano tuttora un popolo in alleanza con Dio. Egli è entrato nella sinagoga di Roma, ha visitato il lager di Auschwitz, ha sostato in preghiera presso il Muro del Pianto, ha chiesto loro perdono. Ha inaugurato la stagione del reciproco rispetto e riconoscimento.
In Alto Adige la piccola comunità ebraica, decimata nel corso del secolo scorso dalle leggi razziali e dalle deportazioni, fa capo alla sinagoga di Merano. Ne è presidente Federico Steinhaus.

Dott. Steinhaus, è opinione condivisa che Giovanni Paolo II abbia portato luce nelle zone d’ombra dei rapporti tra cattolici ed ebrei. L’avvicinamento, secondo lei, è avvenuto maggiormente sul piano teologico, su quello culturale o su quello politico?
Sono convinto che l’apporto dei gesti e delle parole di questo pontefice abbia fornito un contributo essenzialmente umano e culturale al rinsaldarsi dei rapporti tra le religioni. La figura di Gesù ebreo, che predicò gli insegnamenti della religione ebraica nelle sinagoghe, è stata certamente esaltata da questo pontefice unitamente a quanto già era entrato a far parte della dottrina grazie a papa Giovanni XXIII con gli atti del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Che cosa ha significato per gli ebrei la visita alla sinagoga di Roma dell’aprile 1986?
Giovanni Paolo II pronunciò, in quella occasione, parole che per ogni cattolico erano apparse come dei macigni. Egli definì gli ebrei fratelli “prediletti”, prima ancora che fratelli maggiori, ed affermò con forza che “non è lecito” accusare tutti gli ebrei di quel tempo, né tutti gli ebrei vissuti nei secoli successivi, né tutti gli ebrei viventi oggi, di aver contribuito alla morte di Gesù.
Un papa che pronuncia un tale giudizio nella sinagoga della più antica comunità ebraica dell’occidente non può che essere ricordato con un fortissimo apprezzamento, perché ha dimostrato di saper porre la verità e la giustizia al di sopra di ogni altro interesse e di ogni altra istanza.
La sinagoga di Merano ha ricevuto analoghe visite?
Nella nostra piccola e periferica Comunità noi abbiamo vissuto un’esperienza che ci ha profondamente emozionati e commossi quando inaugurammo il museo ebraico. Intervenne alla cerimonia anche il vescovo Egger. Al termine della parte ufficiale, quando le autorità ed il pubblico erano defluiti, noi ci raccogliemmo per la preghiera serale, ed il vescovo chiese di potersi unire a noi. Si sedette in un banco della sinagoga e pregò con noi in grande raccoglimento.
Gli ebrei si riconoscono nella definizione di “fratelli maggiori”?
Preferisco la definizione di fratelli prediletti, che il papa usò in quella occasione anteponendola con decisione all’altra.
L’ebraismo ha dato all’umanità la Bibbia, i Dieci Comandamenti, i valori etici sui quali si fonda la nostra civiltà. Ma gli ebrei non si considerano fratelli maggiori delle altre religioni monoteistiche venute dopo, pur avendo in comune molto più di quanto non si creda comunemente.
Quali sono i pregi e i limiti della richiesta di perdono più volte ripetuta dal papa?
Agli occhi degli ebrei questa richiesta di perdono, pronunciata prima ad Auschwitz e successivamente a Gerusalemme, dinanzi al Muro del Tempio di Salomone, non ha limiti se non quelli dell’incomprensione umana.
Se i tempi della Chiesa fossero stati meno lenti, forse ci sarebbero stati risparmiati molti lutti.
In che cosa si concretizza, nei fatti, il dialogo ebraico-cristiano?
È un dialogo che si è aperto dopo il papato di Giovanni XXIII, e che nel corso dei decenni è divenuto estremamente proficuo ed intenso.
Nel corso degli ultimi 26 anni, Lei personalmente ha notato, nell’esperienza concreta, un diverso modo da parte dei cristiani con cui ha a che fare nel rapportarsi con l’ebraismo, e questo in relazione all’azione di avvicinamento del papa?
Certamente, a tutti i livelli si può verificare un’impronta positiva, ispirata al rispetto ed alla ricerca della comprensione. Del resto, sono talmente tante le cose che abbiamo in comune che la loro riscoperta non può che facilitare questo avvicinamento.
Quali sono i nodi non risolti nei rapporti tra ebrei e cristiani?
Ogni tanto emerge qualche momento di frizione, che non è mancato neppure sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Ma quel che conta è la volontà di risolvere in armonia questi problemi.
Secondo lei l’antisemitismo è ancora presente nella chiesa?
L’antisemitismo che io definisco teologico, dopo 18 secoli di predicazione, ha radici profonde che non avrebbero potuto essere estirpate in soli trent’anni. Del resto, per ignoranza o malvagità, il pregiudizio in generale non cesserà mai di avvelenare i rapporti fra uomini e popoli.
Il papa si è dimostrato vicino anche al mondo arabo e all’islam. Qual è stato il suo ruolo nel processo di pace tra israeliani e palestinesi?
Non credo che abbia esercitato un ruolo diverso da quello del forte e simbolico appello alla pace ed alla comprensione reciproca. Ha avuto il merito di riconoscere la legittimità dello stato d’Israele, che era stata negata dai suoi predecessori, e non ha più rivendicato il dovere degli ebrei di rinunciare a Gerusalemme nel nome di un interesse della Cristianità; queste decisioni hanno certamente rasserenato i rapporti fra la Santa Sede ed Israele.