Il contributo del Papa al pensiero sociale della Chiesa

Alto Adige – 4.4.2005 – Intervista a don Michele Tomasi

Giovanni Paolo II passerà alla storia per diversi motivi. Uno di questi consiste nell’aver dato un impulso fondamentale alla riflessione della chiesa in campo sociale e, in senso lato, politico. Il modo di intendere la globalizzazione, il mercato, i rapporti tra paesi ricchi e poveri, la tutela delle minoranze, lo sviluppo di valori come la solidarietà e la sussidiarietà, tutto ciò si deve anche alle parole pronunciate dal papa nell’ultimo quarto di secolo ed ha una ricaduta indiretta nelle questioni altoatesine. Ne abbiamo parlato con don Michele Tomasi, docente di Dottrina sociale della Chiesa allo Studio teologico accademico di Bressanone.

Professor Tomasi, cosa s’intende in sintesi per “pensiero sociale della chiesa”?

La chiesa, per usare un’espressione di Giovanni Paolo II, si riconosce come “maestra in umanità”, in quanto riceve nella persona di Gesù Cristo il modello e l’insegnamento per una vita umana riuscita. Questo anche a livello sociale e planetario. Nel concreto la chiesa dà dei criteri di valutazione perché il bene di tutto l’uomo e di tutti gli uomini possa realizzarsi nella vita pubblica.

Qual è dunque il contributo originale di questo papa al pensiero sociale della chiesa?

Il papa ha ripreso il discorso con molta forza mettendolo al centro dell’azione di evangelizzazione. L’opera compiuta in questo senso è la pubblicazione del “Compendio della dottrina sociale”, un grosso volume che raccoglie in sintesi l’insegnamento a partire dal Leone XIII (1891) fino ai giorni nostri e lo pone come elemento fondamentale, e non opzionale, dell’opera di annuncio del Vangelo.

Prima del “compendio” il papa ha pubblicato diverse encicliche sociali…

Già la prima, la “Redemptor hominis”, sottolinea la centralità della persona umana dicendo che “la via della chiesa è l’uomo”. La “Laborem excercens” si occupa della dignità del lavoro, la “Sollicitudo rei socialis” riflette sui temi dello sviluppo dei popoli e la “Centesimus annus” propone il tema della “globalizzazione della solidarietà” come elemento essenziale nei rapporti tra gli uomini a livello mondiale.

Il papa ha “inventato” nuovi principi o ne ha sottolineati alcuni in particolare?

Papa Wojtyla ha ripreso i principi della tradizione dando loro un’impronta radicalmente teologica: il discorso scaturisce dalla fede ma vale per tutti gli uomini. Ha saputo collegare questi principi alla nuova realtà di un mondo globalizzato, degli squilibri nello sviluppo tra paesi ricchi e paesi poveri, della contrapposizione tra i blocchi ideologici. Ha insistito sempre sulla centralità del principio della solidarietà. Nulla di nuovo, ma mai si era parlato così intensamente della solidarietà in termini di valore cristiano.

Ha insistito molto sul principio della sussidiarietà…

Sì, ovvero sull’idea che tutte le responsabilità a livello sociale devono essere collocate al livello più vicino alla persona umana. In altri termini: le strutture, dal governo agli enti minori, devono essere piccole quanto possibile e grandi quanto necessario. Se ad esempio la famiglia può prendersi cura di sé, deve poterlo fare senza interventi dall’alto. Dove non ce la fa deve essere aiutata associandosi con altre famiglie o, infine, col supporto di un’istanza superiore. Si tratta di uno dei principi guida del progetto di costituzione europea.

Secondo lei i principi del pensiero sociale espressi dal papa hanno avuto una ricaduta nella storia di questi ultimi venticinque anni?

Sicuramente hanno avuto una funzione di stimolo e di critica. Il papa naturalmente non ha il ruolo di formulare progetti politici, però, come si diceva, la presenza nell’idea della nuova Europa del principio di sussidiarietà deriva anche dall’opera di quei politici che hanno fatto proprio l’insegnamento della chiesa. Anche gli appelli alla solidarietà, nell’opera diplomatica della chiesa, sono stati sicuramente accolti come un messaggio autorevole. L’idea di libertà, spesso sulla bocca del papa, ha avuto certamente influsso sui radicali cambiamenti nell’assetto politico dell’Europa orientale di cui è emblema il crollo del muro di Berlino.

Libertà che si contrappone non solo ai totalitarismi ma anche al liberismo economico…

La libertà non è mai l’arbitrio dell’individuo, ma è il pieno sviluppo della responsabilità della persona. Chi è in relazione con altri assume le sue responsabilità liberamente, ma le deve assumere per il bene suo e degli altri, in base a quell’altro principio fondamentale che è il “bene comune”. La libertà è tale quando si pone al servizio di chi non ha voce né potere: dal bambino non nato, all’anziano non autosufficiente, a chi non gode dei diritti di cittadinanza. Un’idea che non può lasciare indifferenti nei confronti del sottosviluppo che attanaglia i quattro quinti del mondo di fronte, come dice Giovanni Paolo II, al “sovrasviluppo” di un quinto della popolazione.

L’impegno del papa per la pace nel mondo rientra anch’esso nel pensiero sociale?

Certo. Nei messaggi per la pace di ogni 1° gennaio tutti i discorsi hanno sviluppato il pensiero sociale anche in modo molto originale. Pensiamo a quando il papa ha posto la forza del perdono come principio da seguire nella gestione concreta delle controversie di politica internazionale. Il perdono come via concreta per la pace. È una delle idee più grandi e profetiche del suo pontificato.

Il mondo laico ha spesso accolto con simpatia ed interesse le parole del papa. Il pensiero sociale della chiesa dunque non si basa solo su un discorso di fede, ma ha radici nella stessa ragione umana?

Il papa nega appunto una distinzione netta tra fede e ragione. Egli dice che la proposta cristiana è buona per l’uomo in quanto tale. Si deve dunque essere in grado di argomentare con la ragione il bene per ogni uomo, così come esso è leggibile nell’esempio di Cristo. I valori sono proposti come universali, condivisibili da ogni persona al di là della sua fede.

Come giudica il papa il fenomeno della globalizzazione?

Ne dà una lettura per certi versi molto sobria, d’altro canto ne sottolinea le potenzialità e gli spunti nuovi. Il papa dice che essa in sé non è buona né cattiva. Amplia le possibilità tecniche di comunicazione e di incontro, ma è fondamentale ciò che l’uomo stesso ne fa. Di qui il richiamo alla “globalizzazione della solidarietà”: non si può lasciare la globalizzazione a se stessa, ai profitti, alle logiche di mercato, ma va coltivato il rispetto delle differenze, ad esempio di quelle culturali. Per questo è stato forte l’impegno del papa per la tutela delle minoranze. L’unità va trovata rispettando le diversità.

Visto che si parla di minoranze: il pensiero sociale espresso da Giovanni Paolo II ha un messaggio specifico per una realtà particolare come quella altoatesina?

Il messaggio è questo: non cedere mai alla tentazione di vedere la nostra situazione come un limite, non concepire i confini come luoghi su cui combattersi, ma come luoghi di incontro. Approfondire la conoscenza reciproca ed il rispetto, facendo fruttificare le diversità che sono costitutive della persona che vive in società ed in relazione.

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