Alto Adige – 27.3.2005
La ricorrenza della Pasqua solleva con forza, più di alcuni fatti di attualità che saranno presto dimenticati, le questioni della vita e della morte. Riporta all’attenzione il mistero della vita e della morte. Fa appello alla responsabilità di uomini e donne di fronte alla vita e di fronte alla morte.
Proprio quella che per i cristiani è la “settimana santa” è cominciata quest’anno col pressante appello da parte delle organizzazioni internazionali di collaborare tutti, cittadini e governi, ad una sorta di “resurrezione laica”. Martedì si è celebrata infatti la “giornata mondiale dell’acqua” e al tempo stesso l’Onu ha lanciato una campagna decennale per restituire questo elemento vitale a quella smisurata minoranza della popolazione del pianeta che ne è a tutt’oggi praticamente priva.
I dati forniti dall’Unicef sono impressionanti. E non è principalmente questione di sete pura e semplice. Sono oltre 4.000 i bambini che ogni giorno muoiono per la mancanza d’acqua e delle minime condizioni igienico-sanitarie. Sono 400 milioni i bambini – circa un quinto dell’intera popolazione infantile mondiale – che non dispongono della quantità d’acqua necessaria a vivere, ovvero di almeno venti litri (due secchi) al giorno. “Senza questa quantità minima – hanno detto i responsabili dell’Unicef – i bambini divengono facile preda di malattie potenzialmente mortali, portate dal consumo d’acqua infetta o trasmesse per via orale a causa della mancanza di igiene personale”.
Inutile dire che le popolazioni colpite dalla carenza d’acqua si concentrano nei paesi poveri, in modo particolare quelli dell’Africa subsahariana. Secondo i dati raccolti nel 2005, il 21 per cento dei bambini dei cosiddetti paesi in via di sviluppo soffre di una grave penuria d’acqua e non ha fonti sicure d’approvvigionamento idrico a meno di quindici minuti di cammino da casa. Ma in determinate zone ed in certi periodi dell’anno per procurarsi l’acqua sono necessarie ore ed ore di cammino. A ciò si aggiunga il fatto che oltre due miliardi e mezzo di persone non hanno accesso a servizi igienico-sanitari di base: queste privazioni costano la vita a molte di esse e sono all’origine di almeno un milione e mezzo milioni di morti tra i bambini, sugli undici milioni di decessi infantili che complessivamente si verificano ogni anno. 4.000 al giorno, appunto. E’ evidente che una simile situazione è intollerabile. Individuare e proporre soluzioni è l’obiettivo della campagna decennale dell’Onu appena lanciata. Si tratta in primo luogo di evitare lo spreco d’acqua che oggi si registra in diverse parti del mondo. Va ribadito inoltre il “diritto all’acqua” per ogni essere umano, contrastandone lo sfruttamento economico e le politiche di privatizzazione. In molti casi non è difficile risollevare le sorti, ad esempio di un piccolo villaggio. Diverse organizzazioni, già oggi, impegnano tutte le loro energie nello scavo di pozzi. Spesso con due o tremila euro è possibile ridare vita a comunità di tre o quattrocento persone.

Il direttore generale dell’Unicef, Carol Bellamy, è stato chiaro: “La nostra incapacità di fornire appena due secchi d’acqua al giorno ad ogni bambino è un affronto per la coscienza umana. In troppi stanno morendo a causa della nostra inerzia, e sulla loro morte domina un silenzio assordante”.
Non è lo stesso silenzio del Venerdì Santo, ai piedi della croce? Prima di spirare, secondo il racconto dell’evangelista Giovanni, Gesù crocifisso pronunciò due parole: “Ho sete”. Non rappresenta oggi l’acqua, per troppe persone, un’umana e laica speranza di risurrezione?