Interrogativi sulla vita

Alto Adige – 23.3.2005 – Intervista a Karl Golser

Il caso di Terri Schiavo interpella direttamente le comunità religiose per le quali la vita rappresenta un valore supremo. I documenti della chiesa cattolica al proposito sono da sempre espliciti nel senso della prevalenza del diritto alla vita rispetto al “diritto” ad una morte più o meno consenziente. Il prof. Karl Golser, docente di teologia morale, è il referente per simili questioni nella diocesi di Bolzano Bressanone. È decano dello Studio teologico Accademico di Bressanone e direttore dell’Istituto Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato.

Prof. Golser, proviamo a chiarire alcuni termini. Nel caso di Terri Schiavo possiamo parlare di “accanimento terapeutico”?

Non si tratta qui di accanimento terapeutico, perché in questo caso non si stanno applicando delle terapie inutili, cioè tali da prolungare soltanto la sofferenza. Il nutrimento e l’idratamento, dare da mangiare e da bere insomma,  fanno parte della cura ordinaria dovuta ad ogni paziente. Non si tratta qui di terapie vere e proprie, almeno genericamente parlando.

Si dice che la donna viva in uno “stato vegetativo permanente”. Che cosa s’intende con questa espressione?

Riguardo alla condizione precisa di Terri Schiavo le informazioni non sono del tutto chiare. Ad ogni modo si parla di “stato vegetativo permanente” quando la corteccia cerebrale è definitivamente distrutta, cosicché bisogna escludere che il paziente possa di nuovo recuperare la coscienza. Ci sono casi in cui pazienti nelle condizioni di Terri Schiavo si sono svegliati anche dopo otto e più anni. Il termine “vegetativo”, poi, non è del tutto appropriato. Non si tratta mai della vita di un vegetale, ma sempre di una vita umana che viene sostenuta dalle parti non lese del cervello. Quando il cervello, l’encefalo, è totalmente distrutto, in modo tale che l’elettrocefalogramma risulti del tutto piatto e non si verifichi più alcun circuito del sangue attraverso il cervello, allora abbiamo la morte cerebrale e la persona, dopo gli esami previsti dalla legge, è da considerare come morta.


Staccare le macchine che tengono in vita la donna rappresenta una forma di eutanasia?

Da quello che si è saputo della condizione di Terri Schiavo, la paziente è in grado di respirare autonomamente, ed anche la sua circolazione sanguigna è regolare. Quindi non ci sono macchine che la tengono in vita. Essa viene soltanto nutrita e provvista di liquidi attraverso una sonda gastrica. A volte queste sonde gastriche vengono applicate anche perché manca il personale che abbia il tempo e la pazienza di accudire i pazienti.

Naturalmente, in una cura intensiva, staccare le macchine che tengono in vita un paziente che non è cerebralmente morto (morte dell’intero encefalo), sarebbe una forma di eutanasia attiva, quando lo si fa dietro previa richiesta del paziente, o addirittura di omicidio se lo si fa senza il consenso del paziente.


Quali sono gli elementi per giudicare se una vita è degna di essere vissuta?

Non spetta ad altri formare dei giudizi sulla cosiddetta qualità della vita, per decidere poi di terminare una vita giudicata non più degna di essere vissuta. Di per sé ogni forma di vita umana può avere un suo senso e così essere degna di essere vissuta, perché la vita ha in sé il suo senso. È estremamente pericoloso assegnare a soggetti estranei alla persona interessata un giudizio sulla qualità o meno di una vita, perché ciò comporterebbe l’introduzione della morale dei più forti. Anche l’handicap e la malattia possono avere un senso.


Il marito di Terri sostiene che si tratta di una “questione privata di famiglia” e che la donna gli avrebbe a suo tempo espresso la volontà di non essere mantenuta in vita artificialmente. A chi, secondo lei, dovrebbe spettare la scelta ultima sulla questione?

La questione di vita o morte delle persone non può mai essere dichiarata questione privata di una famiglia. Torneremmo ai tempi degli antichi romani quando il “pater familias” poteva decidere della vita o della morte dei suoi familiari.

Naturalmente per ogni terapia ci vuole un consenso informato; se Terri avesse espresso per iscritti il chiaro rifiuto di una sonda gastrica, i medici avrebbero dovuto rispettare questa sua decisione. Si tratta qui della delicata questione del cosiddetto “testamento biologico” o delle “direttive anticipate dei pazienti”, di cui si è occupato anche il Comitato Bioetica Nazionale e per le quali esiste una proposta legge. Naturalmente non è possibile prevedere ogni eventualità e non è nemmeno da escludere che la persona possa aver cambiato la propria opinione, quando si è ammalata. Per questo l’ultimo giudizio sul valore di una disposizione anteriore dovrà sempre spettare al medico curante.

Qual è, in generale, la posizione della Chiesa cattolica su casi simili?

La Chiesa si esprime in primo luogo sull’alto valore di ogni vita umana; l’eutanasia attiva, cioè la terminazione di una vita dietro la richiesta del paziente, non è mai lecita. Però la Chiesa si esprime anche contro il cosiddetto accanimento terapeutico. In altri termini si è obbligati a mantenere la propria vita soltanto con i mezzi ordinari o proporzionati alla situazione. Ci sono casi in cui si può consentire che il corso inarrestabile verso la morte possa procedere naturalmente, ma allora la morte avviene per cause naturali e non per intervento dell’uomo.


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