Merano

Alto Adige – 13.2.2005

Una città tranquilla. Forse troppo, al punto da poter apparire addormentata. Merano deve la sua nascita ed il suo sviluppo a due fattori: la posizione geografica e la bellezza sua e dell’ambiente circostante. Due elementi che hanno una lunga serie di conseguenze e che vanno tenuti presenti da chiunque intenda immaginare per la città un futuro compatibile con le sue risorse e la sua, per così dire, multiforme identità.

La città del ponte

Che cosa ha spinto gli uomini di un tempo assai lontano a dare vita ad un insediamento in riva al Passirio? È facile immaginare che sia stato lo stesso Passirio, il torrente che, oltre a fornire l’acqua, elemento vitale, imponeva la necessità di essere varcato. Sulle due sponde, nel punto più stretto e meno esposto alle inondazioni, si costruirono le prime case. Il ponte serviva per collegare le due rive e soprattutto per consentire ai viaggiatori di proseguire il cammino a sud per la valle dell’Adige, a nord per la val Venosta. Merano fu dunque, fin dal suo nascere, un luogo di incontro, di confine e di passaggio. Inizialmente non è una “meta”, ma solamente un punto di transito. Già allora, dunque, emersero due caratteristiche fondamentali nella storia della città: la vocazione a dare ospitalità ai forestieri e l’apertura a persone portatrici di cultura, lingua e valori diversi.

Naturalmente bella

Se fu la posizione geografica a fare di Merano un luogo di transito e di soggiorno temporaneo, fu invece la bellezza del suo ambiente a determinarne lo sviluppo politico, urbanistico ed economico. E’ in parte dovuto al caso il fatto che la città fu scelta, nel Medioevo, come sede della prima capitale del vecchio Tirolo. Ma è certo che Mainardo e i suoi avrebbero potuto volgere il loro sguardo altrove se quella di Merano fosse stata una zona brutta e inospitale. E nel corso dell’800 essa avrebbe continuato a restare un paesone dedito all’agricoltura e al piccolo artigianato, se i suoi amministratori, su indicazione dei primi turisti in senso moderno, non avessero intuito le potenzialità del clima e del contesto naturale. In altri termini: Merano non sarebbe mai diventata un centro di turismo internazionale se non avesse saputo valorizzare e tutelare le sue risorse ambientali.

Il fattore umano

Da quanto detto brevemente finora risulta chiaro che nel Dna della città del Passirio sono iscritte fin da tempi immemorabili le caratteristiche che anche oggi possono determinarne la fortuna: la salvaguardia della sua bellezza naturale e architettonica; la valorizzazione delle diversità culturali che produce un’identità aperta, non monolitica, non monoetnica, non monoculturale. E qui entra in ballo un terzo indispensabile fattore: i meranesi. Infatti ad una città non è sufficiente trovarsi in un bel posto ed avere alle spalle un’illustre tradizione. Tutto ciò può andare perso se chi la abita e chi la amministra non rimane fedele a quelle scelte che possano valorizzarne e non sperperarne le qualità.

Scelte coraggiose

Nel corso degli ultimi due secoli coloro che hanno avuto la responsabilità di gestire le sorti di Merano hanno spesso dovuto lavorare di fantasia. Fare delle scommesse il cui esito avrebbe potuto sfociare anche nell’insuccesso. Hanno rischiato. La fortuna aiuta gli audaci, dice un antico proverbio. Secondo un altro detto, la fortuna aiuta i pazzi. E dunque: erano pazzi o audaci i fautori della città turistica, gli inventori delle terme, i propugnatori dell’ippodromo? Nella prima metà dell’800 il borgomastro Haller si accorse che i forestieri si fermavano volentieri a Merano, ma che la città era sprovvista di strutture di accoglienza e di iniziative di intrattenimento. Diede il via all’epoca della costruzione dei grandi alberghi e alla formazione degli enti di cura, iniziative che portarono in città turisti da tutta Europa rendendola un centro non solo di svago, ma anche di cultura. O meglio: di culture. Proprio il rinnovato incontro tra genti diverse determinò il successo della formula. Haller fu certamente un pazzo o un audace: infatti la fortuna fu dalla sua parte.

Nei primi decenni del ‘900 qualcuno si chiese che origine potesse avere la famosa (allora) aria di Merano. Di qui partirono le ricerche dell’acqua radioattiva e, più tardi, l’impianto di strutture termali. Intanto, a fine ‘800, si era realizzato un ippodromo, ampliato poi, in modo per quel tempo assai azzardato, a metà degli anni ’30. I promotori di queste cose erano pazzi o audaci? La fortuna li assistette.

Scelte miopi

Naturalmente non tutto ciò che giunge dal passato ha necessariamente un senso per il futuro. Ma prima di abbandonare una strada che ha dato buoni frutti, il senso comune vorrebbe che ci si sforzasse a ragionare in prospettiva. Ai “padri” della Merano internazionale, pazzi o audaci che fossero, va riconosciuto il merito di essere stati lungimiranti. Di avere cioè pensato al futuro della città e non ai momentanei interessi di bottega. In tal caso la loro pazzia sarebbe stata miopia ed il loro coraggio incoscienza. Fu miopia, ad esempio, in diverse epoche storiche, voler legare Merano al suo “volto tedesco” o volerne fare una “città italiana”. Fu miopia (criminale) cacciarne i cittadini di cultura e religione ebraica e gli stranieri che vi avevano creato numerose colonie. È miopia tirare ognuno l’acqua al suo piccolo mulino, perdendosi in beghe e lanciando veti che paralizzano la crescita comunitaria.

Bella addormentata

È opinione comune che oggi Merano vegeti in un periodo di stasi. Ha perso la sua centralità rispetto al circondario. Non esprime un suo carattere specifico nel contesto altoatesino. Le terme rappresentano ancora un’incognita, l’ippodromo è rimasto orfano. L’aria “balsamica” è solo un lontano ricordo, il traffico invece è soffocante e causa di problemi politici oltre che polmonari.

Tuttavia non è certo questa la prima crisi attraversata dalla città del Passirio la quale finora è sempre riuscita a rinascere dalle proprie ceneri. Si tratta anche oggi di compiere delle scelte coraggiose, forse folli, ma non miopi. Poiché queste scelte non possono essere calate dall’alto o compiute nelle segrete stanze di qualche partito o lobby, forse il primo passo da fare è nella direzione del recupero del più ampio consenso. È necessario chiedersi, in altre parole, quali sono le reali necessità dei cittadini e quali siano le loro opinioni in merito al futuro della città. Essi, innanzitutto, sono adeguatamente in formati su problemi e soluzioni possibili?

Molte cose risulterebbero infine più semplici e comprensibili se si “osasse” mantener fede alla vocazione originaria di Merano, per così dire alla sua “natura”: essere luogo di incontro tra culture diverse: accogliente, dove cioè ognuno possa sentirsi a casa. Una città orgogliosa (e persino gelosa) della propria bellezza. Bella perché varia, non solo sul piano estetico ma anche su quello umano.

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