I campi satellite di Merano

Alto Adige – 27.1.2005

Merano, nel corso dell’ultima guerra, è trasformata in città ospedaliera. È sede, in quegli anni oscuri, di una serie infinita di uffici, strutture, unità militari e civili. E c’è anche il cosiddetto “lager”, della cui esistenza a tutt’oggi solo in pochi sono al corrente. Presso le caserme di Maia Bassa si trova infatti uno dei più grandi sottocampi del lager di Bolzano, allestito nel luglio 1944 dopo l’inizio dello smantellamento di quello di Fossoli. A quanto risulta il campo è ubicato in almeno due diversi stabili della cittadella militare, a seconda dei periodi. Le testimonianze al proposito sono assai frammentarie. I due sottocampi avrebbero raccolto da poche decine fino ad alcune centinaia di persone, uomini e donne, costrette al trasporto di materiale dalla stazione ferroviaria e ad altri lavori manuali.

Il bellunese Tullio Bettiol si trova a Merano tra la fine di agosto e la metà di settembre del 1944. “Direi che il numero degli internati – ricorda – era di circa 400 tra uomini e donne”. Il lavoro principale consiste nello scaricare, nella vicina stazione ferroviaria, materiali di ogni genere (alimentari, quadri, tappeti, vestiario ecc.). Il tutto è poi trasportato in caserma o nei castelli del circondario. Nella città del Passirio, come nel capoluogo, sono internati prigionieri politici, ebrei, ostaggi e persone catturate in azioni di rastrellamento. Bettiol non ha memoria di morti né a Merano né a Certosa, dove viene trasferito il 23 settembre 1944. In questo periodo il campo meranese sembra dunque essere ubicato, secondo i suoi ricordi, presso l’attuale caserma Rossi (“di fronte all’ippodromo, la più vicina alla stazione”).

Nei mesi successivi il sottocampo, in quelle dimensioni, pare essere stato smantellato, probabilmente per far posto alle attrezzature del cosiddetto “parco di sanità” dove sono installati i macchinari dell’Istituto chimico-farmaceutico militare di Firenze. Verso ottobre un secondo lager è quindi allestito nell’ex caserma della Guarda alla Frontiera presso ponte Marlengo. È quanto emerge da un dettagliato racconto di Ernesta Sonego, arrestata il 5 settembre 1944 dai fascisti di Venezia per aver distribuito un giornale della Democrazia cristiana. “L’ambiente della caserma – dice – era molto più vivibile di un qualsiasi altro campo di concentramento, infatti lo chiamavano campo di lavoro distaccato. Dormivamo in camerate contigue all’ultimo piano in brandine militari. Tre camerate da 6-8 persone e servizi igienici, lavandini con acqua corrente, una sala da refettorio che dava sul cortile e la cucina servita da mamma e figlia ebree. Il pasto di mezzogiorno era costituito qualche rara volta da una pastasciutta, quasi sempre da una zuppa di sola fecola di cereali o legumi non riconoscibili, qualche volta una zuppa acida e un pezzo di pane, non fatto di cereali, non so di che cosa. La maggioranza dei prigionieri era donne. I cinque uomini, dopo un mese circa dal nostro arrivo in campo, furono spediti in Germania col solito sistema dei carri merce sigillati”.

Nel lager di Bolzano e nel sottocampo meranese si trova un alto numero di donne. Si tratta spesso di Sippenhäftlinge, ovvero parenti di partigiani o disertori, incarcerati per indurre questi ultimi a consegnarsi. È il caso, ad esempio, della bellunese Albertina Brogliati. Suo cognato, il capitano di fanteria Francesco Pesce (“Milo”), arrestato nell’aprile del 1944 e condannato a morte, la sera del 14 giugno è stato liberato con altre settanta persone dal carcere “Baldenich” di Belluno in seguito ad un’incursione dei partigiani. Per rappresaglia il giorno 16 vengono fermate la madre, la suocera e la quasi ventenne Albertina. Le due donne più anziane sono rimesse presto in libertà, mentre la ragazza, a novembre, è avviata al sottocampo di Merano. È costretta al lavoro nel Sanitätspark di via Palade dove si confezionano materiali sanitari destinati ai lazzaretti militari cittadini, nonché nei magazzini del campo, ad imballare merce razziata in Italia.

Albertina Brogliati ed Ernesta Sonego sono le uniche persone di cui si conoscono, in modo dettagliato, i particolari della fuga dal lager. Alla fine del 1944 Albertina viene ricoverata all’ospedale civico per una sospetta malattia infettiva. È a questo punto che si organizza il tutto. Con la collaborazione di due famiglie amiche e la complicità di alcuni medici del nosocomio, si predispongono le misure necessarie. Una volta dimessa dall’ospedale Albertina convince la compagna Ernesta a seguirla. Le due scavalcano il muro, percorrono un vecchio sentiero tra i campi, e si presentano a casa dei loro amici. Di lì poi saranno portate l’una nel Bellunese, l’altra a Milano, grazie anche agli uomini del nascente Comitato di liberazione nazionale meranese.

È impossibile dire quanti prigionieri siano passati per i due sottocampi meranesi. A quanto sembra il secondo campo ospita diverse piccole ondate di internati ancora nei primi mesi del 1945. Un certo numero di detenuti è liberato intorno al 25 aprile. Quando il gruppo partigiano di Giovanni de Bartolomeis alla fine della guerra occuperà la caserma, vi troverà ancora alloggiata una manciata di prigionieri: iugoslavi, ucraini, russi ed italiani.

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