Alto Adige – 29.12.2004
All’inizio dell’800, secondo quanto riferisce il padre benedettino Beda Weber, Merano era detta niente meno che l’“ombelico del Tirolo”. Non si sa quanto ironica fosse tale definizione, dal momento che la città del Passirio non era altro, a quel tempo, che un paesone di vaccari, piccoli artigiani e ancor più piccoli commercianti. Gli antichi fasti della vecchia capitale della contea si erano persi ormai da secoli.
Merano non è, oggi, l’ombelico del Tirolo, e men che meno del mondo, ma certamente non è neppure ciò che si usa definire, non si sa bene rispetto a cosa, “periferia”. Il 2004 meranese ha offerto sufficienti spunti di riflessione, oltre che di cronaca, per chi abbia a cuore le sorti della terra tra i monti. Vi si sono misurate potenzialità e debolezze, ricchezze e miserie, visioni lungimiranti e miopia politica.
Ed è come in una famiglia: quando uno dei figli o dei genitori attraversa un periodo difficile ne risentono anche tutti gli altri. Se gli altri fanno finta di non vedere, alla fine, sarà tanto peggio per loro. Merano dunque, benché non più adolescente (forse già in menopausa?), attraversa la sua crisi di identità. Ha dimenticato ciò che essa è stata, non capisce più quello che è e, peggio ti tutto, non sa che cosa vuole diventare. Non ha tempo per pensare al futuro. Su tutto incombono i problemi contingenti: il traffico, innanzitutto. Ed è così che per un problema di traffico va a gambe all’aria la giunta comunale. La Svp si impunta sul progetto di tunnel caldeggiato dalle lobbies economiche. Il centrosinistra, fedele partner di governo per oltre quattro anni, propone invano soluzioni diverse. La Svp ricorre a comprensorio e provincia e costringe gli alleati in un angolo. A questo punto parte dell’opposizione di centrodestra, non senza mal di pancia, regge il gioco al partito di raccolta. La Svp accetta di buon cuore. I verdi, al di là di ogni strategia di lungo respiro, escono dalla giunta, ma soprattutto dal centrosinistra. La comunicazione è seriamente compromessa. Questa situazione di “periferia” mette in luce le debolezze croniche di tutta politica provinciale: una Svp onnipotente e generosa solo con chi le dà corda; un Ulivo debole non solo perché minoritario all’interno del gruppo italiano e del gruppo tedesco, ma soprattutto perché privo di una strategia di lungo periodo che preveda, al primo posto, la coesione interna; i verdi tutti intenti a progettare sgambetti al partitone di raccolta esaurendo in questo piuttosto sterile esercizio la loro missione; il centrodestra incapace di elaborare proposte realistiche e non demagogiche, spaccato al suo interno, malgrado sembrasse, con Forza Italia ed An al governo di Roma, essere giunto il momento “della riscossa”. Un diplomatico di razza, il meranese Maurizio de Strobel, già nel lontano 1946 si prendeva amaramente gioco dei “partiti italiani” (essi “forniscono una noticina di colore”), “tutti intenti nelle loro beghe intestine”.

Nella lontana (trenta chilometri) Bolzano si farebbe bene a guardare a Merano con maggiore attenzione. Quello che sta avvenendo in riva al Passirio riguarda la politica provinciale più di quanto si possa immaginare.
Intanto l’ombelico del Tirolo vive la sua ennesima fase di transizione. Verso dove, però? La mancata risposta a questa domanda pone la città a serio repentaglio ed in balia di scelte indotte dall’esterno, rispondenti ad interessi di parte e dunque non rispettose del bene comune. I nodi da sciogliere sono parecchi. Tunnel a parte ci sono le terme, che nel 2005 dovrebbero risorgere a nuova vita. Che ruolo avranno nell’economia (in senso lato) cittadina? In ogni caso non c’è dubbio che esse si inseriscono a pieno diritto nella storia della città: hanno tradizione, sono elemento identitario. Lo stesso può dirsi per l’ippodromo il quale, invece, per diversi motivi e con variegate responsabilità, si lascia andare alla deriva. Merano senza ippodromo è come Roma senza Colosseo. Serve denaro, certo, ma quella che manca è forse soprattutto la fantasia, ovvero ciò che permette di immaginare una vita nuova per le cose “vecchie” che il passato ci tramanda. Se predominerà l’abitudine a demolire ciò che (per ora) non serve, la città diventerà presto, questa volta in modo davvero inesorabile, un anonimo centro di periferia.
Merano è preziosa, nel quadro provinciale, anche per la sua popolazione. Essa è composta in modo paritario di cittadini di lingua italiana e di lingua tedesca. Accoglie turisti che vengono da sud e da nord ed è potenziale luogo di incontro di livello europeo. Si pone in stretta relazione con i paesi e le valli circostanti. È, insomma, il luogo ideale per sperimentare nuovi modelli. È un laboratorio di convivenza ed un osservatorio privilegiato. D’altra parte, dicono le statistiche, sono gli stessi meranesi a non farsi coinvolgere, ad esempio dall’offerta culturale, salvo poi lamentarsi che per loro l’ente pubblico non fa niente.
Merano è come la bella addormentata. Giace incosciente in attesa del principe azzurro (senza allusioni, ovviamente, ai colori della politica). Il troppo sonno, d’altra parte, può far male.