Alto Adige – 12.11.2004
La natura “internazionale” di Merano riceve un duro colpo nell’estate del 1938, in seguito alla campagna di stampa e ai provvedimenti che colpiscono direttamente al cuore la numerosa comunità ebraica, residente in città da diversi decenni ed arricchitasi di nuovi membri soprattutto dopo la presa del potere di Hitler in Germania.
Le prime concrete avvisaglie di un cambio di rotta del regime fascista si hanno nel luglio 1938. Il quotidiano La Provincia di Bolzano annuncia in prima pagina, riportando i contenuti del cosiddetto “manifesto della razza”, che “le razze umane esistono”, che “esistono grandi razze e piccole razze”, che “il concetto di razza è concetto puramente biologico”, che “la popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana”, che “esiste ormai una pura razza italiana”, che “è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti” e soprattutto che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”.
Coloro che affermano che il regime si sia convertito all’antisemitismo in ossequio alla nuova alleanza con Hitler sono bollati da Mussolini come “poveri deficienti”. L’impero, dice a Trieste in settembre, va mantenuto col prestigio e “per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime”.

L’ufficio demografico centrale del ministero dell’interno viene trasformato in “Direzione generale per la demografia e la razza” e si avvia un censimento generale di tutti gli ebrei presenti nel paese. Una prima rilevazione datata 22 agosto riferisce, per Merano, di 688 ebrei censiti, di cui 242 tedeschi, 113 italiani, 112 polacchi, 57 austriaci, 46 cecoslovacchi, 24 ungheresi, 16 apolidi, 13 rumeni, 9 cittadini di Danzica, 8 lituani, 7 svizzeri, 6 lettoni, 5 inglesi, 4 americani, 4 turchi, 3 svedesi, 2 olandesi, 2 francesi, 2 russi, 2 spagnoli, una iugoslava.
In seguito vengono svolti ulteriori approfondimenti per cui si può dire che gli ebrei presenti a Merano al momento del lancio della campagna razzista superino le mille persone.
Fin dal mese di agosto si susseguono circolari tese ad escludere gli ebrei dalla frequenza delle scuole italiane, dall’insegnamento, dal pubblico impiego e dall’esercito. Un decreto legge del 5 settembre riprende i contenuti delle circolari. Il colpo fatale alla comunità di Merano arriva due giorni dopo, quando un nuovo decreto vieta agli ebrei stranieri di “fissare stabile dimora nel Regno”, revoca la cittadinanza italiana concessa dopo il 1° gennaio 1919 ed impone loro di emigrare. Se il 23 settembre si concede l’istituzione di scuole elementari ebraiche, il 17 novembre si vieta il “matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza” e si specificano i criteri in base ai quali si determina l’“appartenenza alla razza ebraica”, oltre ad elencare alcune categorie ritenute meritorie e perciò preservate dai provvedimenti restrittivi. La pulizia etnica arriva al punto di imporre agli editori di libri di testo di togliere dalle antologie ogni brano e perfino ogni citazione di scrittori ebrei.
L’atteggiamento della popolazione nei confronti della legislazione razziale è variegato. Qualche cittadino, in privato, si scandalizza e per alcuni comincia un graduale allontanamento dal regime. Altri invece si fanno zelanti delatori nel segnalare alle autorità la presenza in città di ebrei convertiti o meno. Le stesse autorità si barcamenano fra burocratica intransigenza e buon senso.
Le conseguenze della legislazione razziale, soprattutto quella rivolta contro gli ebrei stranieri, è esiziale sia per la Merano internazionale che per la comunità ebraica. Quanto a Merano alla fine del 1938, per la prima volta la città cessa di crescere e comincia a svuotarsi. Se nella prima metà dell’anno si contano 1.352 immigrati e 726 emigrati (di cui 104 verso l’estero), nei mesi da luglio a dicembre gli immigrati sono solo 951 e gli emigrati 979. Tra questi ben 316 sono diretti all’estero.
A tutto ciò si aggiunge il divieto fatto agli ebrei, anche se autorizzati a rimanere in Italia, di risiedere in provincia di Bolzano, la qual cosa ha “profonde ripercussioni nella comunità israelitica meranese”. Ufficialmente, tra la fine del 1939 e la fine del 1942, i membri della comunità ebraica di Merano sono ancora un’ottantina, ma il dato è difficilmente verificabile. Non tutti hanno provveduto, come vuole la legge, a denunciare la propria “appartenenza alla razza ebraica”. A portare anche in riva al Passirio la “soluzione finale” ci penseranno le avanguardie della Zona di Operazioni delle Prealpi, a metà settembre del 1943.
La comunità rinascerà nel dopoguerra ed oggi è punto di riferimento per quanti vogliano, nel guardare al futuro, coltivare la memoria di aberrazioni mai del tutto scomparse.