Luis Lintner

Alto Adige – 30.10.2004

L’ultima lettera di don Luis Lintner è della primavera del 2002. Il mondo è sconvolto dai fatti di New York e dalla risposta bellicosa che le grandi potenze hanno predisposto alle azioni nefaste di un nuovo aleatorio nemico. Scrive don Luis: “L’ultima parola, e l’ultima azione, non è guerra, ma pace; non isolamento, ma comunione; non oscurità, ma luce; non criminalità, ma solidarietà; non inimicizia, ma comunità; non morte, ma vita”.

Luis Lintner abita a Salvador Bahia. È un prete altoatesino che da ventidue anni si trova in Brasile, inviato dalla chiesa di Bolzano-Bressanone: vive a fianco dei poveri ed “è diventato insieme a loro seme di liberazione, in un impegno continuo di annuncio e di difesa dei diritti umani”.

Pochi giorni dopo quella lettera, è il 16 maggio, don Luis si alza come di consueto alle sei di mattina, legge un salmo, poi si reca alla “Casa do sol”, il centro parrocchiale nel quale si attuano le varie attività in favore di bambini e giovani. Dal centro esce più tardi e si muove in direzione della sua abitazione. Scende dall’auto per aprire il cancello quando gli si avvicina un giovane che gli scarica addosso due colpi di pistola: uno alla nuca ed un altro al cuore. Malgrado gli immediati soccorsi la morte sopraggiunge alle 8.30. La notizia si sparge in tutto il quartiere e per giorni la sua gente veglia la salma, alcuni giunti anche da molto lontano. Infine l’ultimo viaggio, verso l’Alto Adige, nel cimitero di Aldino, suo paese di origine. Alla finestra della sua casa un cartello scritto, in portoghese, dai suoi ragazzi: “Porteremo avanti noi sul nostro cammino la tua lotta per la pace e la giustizia”.

Le indagini della polizia brasiliana seguite all’omicidio riusciranno solo in parte a fare luce sul delitto. Si accontenteranno di individuarne le cause in un tentativo di rapina. Chi invece ha conosciuto don Luis da vicino manifesta altre convinzioni. Ci si sarebbe voluto sbarazzare, da parte della mafia della droga, di un personaggio scomodo per le sue attività di coscientizzazione tra i giovani del quartiere.

La vita del missionario è ora ricostruita in un libro (“Due mondi una vita”) pubblicato in lingua italiana dalla casa editrice Emi di Bologna e scritto da padre Martin M. Lintner, nipote di don Luis, Christl Hauger Fink e Francesco Comina. La seconda parte del volume raccoglie venticinque lettere circolari del sacerdote a testimonianza di “un cammino segnato da alti e bassi, fasi di deserto spirituale, di dubbio umano, addirittura di disperazione; ma anche momenti di profondo entusiasmo per il suo incarico”.

Il libro sarà presentato a Bolzano venerdì 29 ottobre alle ore 20.30 nella chiesa di Regina Pacis (via Dalmazia) nel corso di una veglia organizzata dall’Ufficio missionario della diocesi. Alla serata saranno presenti alcuni dei più stretti collaboratori di don Luis in Brasile.

Scheda. Don Lintner

Don Lintner era nato ad Aldino nel 1940. All’epoca della morte aveva quasi 62 anni. Dopo aver frequentato il seminario teologico a Trento e Bressanone, era stato ordinato sacerdote nel giugno 1966. Era stato impegnato come cappellano in varie parrocchie dell’Alto Adige: Nalles, Tires, Terlano e Naturno. Dal 1971 al 1973 aveva studiato a Monaco di Baviera. Era poi tornato nella sua diocesi per lavorare, fino al 1979, al centro di formazione “Lichtenburg” di Nalles. Nel frattempo, nel 1978, aveva fatto un primo viaggio in Sudamerica, visitando le missioni in Bolivia. Nel 1979 finalmente era partito come missionario per il Brasile. Era stato parroco a Tabocas, nella diocesi di Barreiras (Bahia), fino al 1991. Poi aveva viaggiato nei paesi andini sulle tracce delle antiche culture precolombiane, aveva frequentato a San Paolo un corso di preparazione per l’assistenza spirituale nei quartieri poveri, ed infine era arrivato a Salvador da Bahia, diventando parroco, nel 1993, della parrocchia di una favela. Negli ultimi anni aveva preso particolarmente a cuore la sorte dei ragazzi di strada alla periferia di Salvador de Bahia. È proprio la passione per gli ultimi e le conseguenti frizioni con gli squadroni della morte al servizio del narcotraffico che, secondo gli amici, hanno condotto all’agguato omicida.

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