Alto Adige – 7.10.2004
Quando all’inizio del 1946 l’elettorato argentino conferisce a Juan Domingo Perón la carica di presidente della repubblica, davanti all’apparecchio radiofonico di casa che annuncia la notizia più di un meranese spalanca gli occhi meravigliato. Non si chiamava forse Perón quell’ufficiale argentino che pochi anni prima si poteva vedere impettito sulla tribuna dell’ippodromo seguire le corse dell’ultima stagione ippica estiva anteguerra? Un caso di omonimia? Per nulla. Il sudamericano in divisa chiara era proprio Juan Domingo Perón, allora tenente colonnello di fanteria dell’esercito argentino.
La permanenza di Perón a Merano si protrae dall’inizio di luglio ad almeno al fine di settembre del 1939. Ufficialmente il futuro presidente argentino si trova in Italia insieme ad altri ufficiali di stato maggiore, di fanteria e di artiglieria, incorporati “a reparti di truppe da montagna del Regio Esercito, per effettuarvi un periodo di addestramento e istruzione”. Perón in particolare viene aggregato alle truppe di montagna del regio esercito “allo scopo di studiare l’organizzazione delle unità e dei comandi di queste speciali truppe”. Sarebbe stato lui stesso a scegliere come destinazione l’Italia perché, spiegherà, “parlo l’italiano tanto come il castigliano e a volte meglio”.

Perón è dunque destinato al comando della 2° divisione alpina Tridentina a Merano, dove si presenta il 1° luglio, essendosi trattenuto prima a Roma probabilmente per stendere il piano della sua attività insieme al nuovo addetto militare argentino, il suo pari grado Virginio Zucal, di evidenti ascendenze nonese. Zucal è figlio di Calisto Fortunato Zucal e di Amabile Graif, emigrati da Romeno in Argentina alla fine dell’800. A Roma vive con la moglie e i suoi cinque figli. Col 1° settembre si dovrebbe procedere al previsto cambio di destinazione, ma è proprio l’addetto militare Zucal ad intercedere per un cambiamento di programma. Anziché mandare a Perón alla scuola allievi ufficiali di complemento di Bassano, dove si trovano tre suoi colleghi, egli chiede che gli si permetta “di continuare nella Divisione Tridentina fino a tutto il mese di febbraio 1940, per poter partecipare alle esercitazioni invernali con detto Comando”.
A questo punto si susseguono una serie di contatti tra autorità italiane e argentine. Le prime, svolte una serie di intercettazioni ed indagini, cominciano ad esprimere dubbi sul ruolo dell’ufficiale. Sono infatti del mese di settembre alcune lettere che Perón scrive all’amico Zucal proprio da Merano, dalle quali si evince che la missione dell’ufficiale argentino non si limita certo allo studio delle truppe alpine. Egli esprime una serie di considerazioni sull’andamento militare della guerra scoppiata il 1° settembre con l’aggressione di Hitler alla Polonia. Perón fa pronostici sull’atteggiamento delle varie parti in causa. E’ sua convinzione, ad esempio, che l’Italia entrerà in guerra ancora nel 1939, prima di dicembre, o l’anno successivo, dopo marzo. Ritiene che “la Francia non prenderà alcuna offensiva, ad eccezione di attacchi parziali e con obiettivi limitati”, che “la Germania, terminata la sua azione in oriente (…), accorrerà, con la totalità delle sue forze, sul fronte occidentale. Offrirà nuovamente ed invano la pace. Poi comincerà il bello”. Infine “nei primi giorni di novembre comincerà la guerra sul serio ed allora sarà il momento di starsene al balcone”.
Il SIM (servizi segreti militari), come sembra, ha intercettato le lettere di Perón a Zucal e ha compreso che il ruolo del tenente colonnello argentino va ben oltre il semplice studio tecnico delle truppe alpine. Quelle che Perón comunica a Zucal sono informazioni e considerazioni di strategia militare e di politica bellica, proprio nei giorni in cui il governo italiano sta valutando con attenzione il da farsi. Del resto Perón non è affatto nuovo ad attività di spionaggio. Negli anni immediatamente precedenti al suo trasferimento in Italia (1937-1938) è, come addetto militare argentino a Santiago del Cile, al centro di un oscuro caso di spionaggio militare ai danni della vicina repubblica andina. I dirigenti del SIM, in una nota interna, affermano che “l’attività di questo ufficiale in Italia appare non chiara. Risulterebbe che qualche cosa è emersa nei suoi confronti”, ragione per cui si decide di mandarlo alla scuola di alpinismo di Aosta “dove potrà studiare benissimo quanto concerne le truppe alpine”. Secondo uno dei suoi biografi Perón presta servizio ad Aosta fino al 31 di maggio del 1940. Dal giugno 1940 fino al suo ritorno nel dicembre dello stesso anno, è finalmente in servizio come assistente dell’addetto militare presso l’ambasciata argentina a Roma.
Tornato in patria Perón avrebbe messo a frutto le nozioni apprese in campo militare (direttore del centro di istruzione di Mendoza) e soprattutto le esperienze fatte a contatto con l’Italia di Mussolini, che gode della sua aperta ammirazione.
Le sue attenzioni per l’Italia non verranno mai meno. In particolare nell’immediato dopoguerra l’Argentina sosterrà il nostro paese con l’invio di notevoli quantitativi di grano e nel 1947 la moglie Evita Perón Duarte sarà accolta trionfalmente nella tappa italiana del suo viaggio in Europa. Il periodo trascorso tra gli alpini sarà ricordato da Perón in ogni possibile occasione di incontro con delegazioni italiane.
Quanto al soggiorno meranese, ancora una nota di colore. Scrive Perón a Zucal: “Io sto facendo la cura dell’uva, che dicono a Merano sia meravigliosa. Sono un poco scettico con le ‘meraviglie curative’ e seguo questa pur essendo sicuro che non mi farà niente. D’altra parte, poiché non ho niente da curarmi, non avrò niente da pentirmi, a meno che io non debba pentirmi di aver mangiato due chili al giorno di un’uva così bella come questa”.