Alto Adige – 31.8.2004
La notizia della creazione della nuova diocesi di Bolzano-Bressanone era arrivata per molti del tutto inaspettata nell’agosto del 1964. Il 1° settembre di quell’anno, esattamente quarant’anni fa, la rettifica dei confini fra Trento e l’ex diocesi di Bressanone entrava in vigore.
Non si trattava di un provvedimento di poco conto, né di un affare di interesse strettamente ecclesiale. La questione da circa un secolo aveva suscitato le preoccupazioni della politica, oltre che della Chiesa. Per capirne la portata è necessario fare un bel passo indietro.
Siamo nel Tirolo degli anni ’60 dell’800. Due problemi attanagliano una parte della classe politica. Da un lato si assiste a forti migrazioni dal Trentino verso il Sudtirolo. In particolare in valle dell’Adige si paventa un lento ma inesorabile processo di “italianizzazione” che interessa la Bassa Atesina, ma anche Bolzano ed il tratto di fondovalle fino a Merano. D’altra parte i confini del neonato regno d’Italia si spostano sempre più a nord, circostanza che fa balenare, in circoli ristretti, la prospettiva di una possibile annessione del Trentino all’Italia. Primo passo in tal senso sarebbe l’attuazione di una forma di autonomia amministrativa. Tutto ciò avviene sullo sfondo di un clima segnato sempre più dai nascenti nazionalismi che cominciano a compromettere i rapporti tra le nazionalità europee e che di lì a qualche decennio determineranno l’implosione dell’impero multinazionale austro-ungarico.

In questo contesto la distribuzione del territorio tra le due diocesi di Trento e Bressanone si presenta come anomala. Bressanone infatti si estende oltre Brennero comprendendo quasi tutto il Tirolo settentrionale ed il Vorarlberg. Trento, da parte sua, ha da sempre giurisdizione su gran parte della valle dell’Adige, con Bolzano, e dal 1818 anche sulla città di Merano e su parte della Venosta. L’oggetto della contesa sono dunque proprio i cosiddetti dieci “decanati tedeschi” (in realtà per lo più mistilingui) che costituiscono la parte altoatesina della diocesi di Trento.
La politica comincia pertanto a chiedere il distacco di questi decanati da Trento e la loro aggregazione a Bressanone. I motivi sono di carattere “etnico-nazionale”. Si vorrebbe cioè creare a nord una diocesi “solo tedesca” e a sud una “solo italiana”, sorvolando, come spesso accade, sulla presenza ladina.
Richieste in tal senso si ripetono man mano che la crisi tra le nazionalità si fa più acuta, ma senza esiti concreti, nemmeno dopo la Grande Guerra, quando la diocesi brissinese si trova all’improvviso amputata della maggior parte del suo territorio.
Prospettive concrete per una ridefinizione dei confini si hanno solo moti decenni dopo e precisamente con la nomina a vescovo, nel 1952, di mons. Joseph Gargitter. Ma ora la situazione, sul piano politico, linguistico e pastorale, è radicalmente cambiata. Non si tratta più di creare diocesi etnicamente omogenee dal momento che l’Alto Adige è ormai, più che nell’800, una provincia evidentemente trilingue. Il progetto perseguito da Gargitter è quello di riunire il Sudtirolo in un’unica comunità anche sul piano ecclesiale, cosa quanto mai necessaria per poter dare quell’unitarietà pastorale ad una Chiesa che, nella crisi politico-diplomatica degli anni ’50, si pone come elemento di mediazione tra i gruppi linguistici, tra provincia, regione e Stato.
Il lavoro non è facile proprio per le sue implicazioni politiche. A Trento la cosa non è vista di buon occhio da quei settori che caldeggiano un’autonomia che faccia perno sul capoluogo regionale. Un atteggiamento che è la causa principale dei dissapori con la Svp e della proclamazione del “Los von Trient”. Anche a Bolzano gli ambienti più nazionalisti ritengono che il distacco da Trento possa portare ad una menomazione delle prerogative del gruppo italiano. Si fa largo, a questo proposito, l’ipotesi di dar vita in Alto Adige a due diocesi: una con sede a Bressanone, l’altra con sede a Bolzano, quest’ultima a “maggioranza italiana” e con un vescovo italiano. Si ragiona ancora, evidentemente, con i criteri “etnici” di fine ‘800.
Completamente diversa l’impostazione data da Gargitter secondo cui i tre gruppi linguistici altoatesini non vanno separati, ma uniti nel segno della comune appartenenza ecclesiale. Un’idea la cui portata ancora oggi è sottovalutata.
L’operazione va in porto grazie ad una serie di circostanze. La prima è rappresentata dall’appoggio prima di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI. Il primo conosce bene la situazione per essere stato patriarca di Venezia. Il secondo ha stretti rapporti con Aldo Moro che dal 1963 è capo del governo. La decisione, infatti, ha bisogno dell’approvazione statale. Papa Giovanni, data la malattia del vescovo de Ferrari, all’inizio del 1961 ha nominato Gargitter amministratore apostolico di Trento. Nel 1963 la diocesi di S. Vigilio viene affidata a mons. Gottardi che fin da subito riceve dalla S. Sede l’indicazione di prepararsi alla correzione dei confini. Il tutto avviene nel contesto favorevole del Concilio Vaticano II, aperto più che mai ai problemi delle minoranze. Infine a Bolzano ci sono soprattutto le ACLI a rappresentare una corrente favorevole al vescovo Gargitter e al suo progetto. Alcide Berloffa, che appartiene a quell’area politica, mantiene i contatti fra Bolzano, Trento e Roma fino alla definitiva attuazione del progetto.
Dal 1° settembre 1964 dunque i confini delle due diocesi vengono fatti coincidere con quelli delle due province, la qual cosa anticipa significativamente di qualche tempo la formula delle due province autonome, in un contesto regionale, attuata con la riforma dello statuto solo nel 1972. La sede diocesana è spostata a Bolzano, le parrocchie dell’ampezzano sono cedute alla diocesi di Belluno. Un sacrificio, quest’ultimo, mal digerito dai ladini.
La presenza in Alto Adige di un’unica diocesi e di un unico vescovo avrà importanza determinante negli anni successivi, quelli più critici a causa del terrorismo e delle difficili trattative del Pacchetto. Quella di Gargitter potrà essere una voce autorevole ed ascoltata e la sua idea dell’unica comunità continuerà ad essere elemento di contraddizione di fronte alle persistenti tendenze della separazione e alle “gabbie etniche”.