Alto Adige – 27.8.2004
La tradizionale assemblea agostana degli operatori pastorali della diocesi di Bolzano-Bressanone si è trovata a fare i conti con una sana e stimolante provocazione lanciata dal giornalista Florian Kronbichler, ospite con altri laici sul palco degli oratori. In sintesi, Kronbichler ha criticato l’attivismo dei cattolici in campo sociale, sostenendo che in una provincia come quella di Bolzano, dove i soldi non mancano, è l’ente pubblico a dover farsi carico dell’assistenza a chi a bisogno. La Chiesa invece avrebbe altri compiti, “come quello di motivare i cristiani ad essere cittadini consapevoli dei propri diritti”.
L’osservazione è tutt’altro che peregrina.
Nel corso della sua storia bimillenaria la Chiesa si è trovata più volte ad affrontare questioni di per sé non di sua competenza. Si pensi alla gestione e alla difesa del potere temporale e a tutto ciò che ne è conseguito. Una chiara distinzione tra l’ambito di azione delle istituzioni civili e quello delle istituzioni ecclesiali è una conquista tutto sommato abbastanza recente. Ma non è questo il problema posto. In passato la Chiesa è intervenuta spesso là dove lo stato era assente per mancanza di mezzi o latitante per disinteresse ed insensibilità. La comunità cristiana si è impegnata nel favorire la nascita di ospedali, di scuole, di associazioni di sindacati e persino di partiti politici quando queste cose l’ente pubblico non le faceva oppure le realizzava solo nell’interesse di alcune fasce privilegiate della popolazione. In momenti critici ha fatto sentire la sua voce con più o meno coraggio. In altri termini la Chiesa ha fatto opera di supplenza quando altri non si muovevano. Ciò avviene ancora oggi, ad esempio in molti paesi poveri le organizzazioni cristiane, prima ancora che le chiese, costruiscono scuole e ambulatori, scavano pozzi e organizzano gli strati più poveri e indifesi della popolazione. Anche nelle nostre ricche e attrezzate regioni non si può negare che in presenza di nuovi problemi di carattere sociale siano proprio i gruppi cristiani a muoversi tra i primi, senza attendere che la mano pubblica intervenga: è successo così quando è emerso con prepotenza il problema della droga, oppure quando i primi lavoratori immigrati hanno cominciato a cercare casa sotto i nostri ponti.

Eppure la provocazione di Kronbichler è vera e attuale. Nel fare quello che fa la Chiesa corre un duplice rischio. Il primo è quello di creare una serie di strutture, che poi si trasformano in interessi e che quindi bisogna difendere trascurando altri compiti essenziali. Il secondo è quello di offrire un alibi all’ente pubblico per non intervenire a prendere decisioni scomode, ben sapendo che comunque ci sarà la Caritas o chi per essa a fare qualcosa. La stessa esistenza della Caritas, a sua volta, può diventare per molti cristiani il pretesto per non assumersi direttamente alcuna responsabilità diretta, come se il precetto “ama il prossimo” potesse essere delegato ad una qualche istituzione. In realtà, sia chiaro, qui non si dice nulla di nuovo. Quando a livello nazionale nacque la Caritas, all’inizio degli anni ’70, l’allora papa Paolo VI fu sufficientemente chiaro nel rivolgersi ai suoi responsabili: “Al di sopra dell’aspetto puramente materiale della vostra attività – disse – deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica”. Un invito subito tradotto già al primo articolo dello statuto della Caritas il cui scopo infatti è “di promuovere, anche in collaborazione con altri organismi, la testimonianza della carità della comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica”.
In altri termini il ruolo della Caritas e quello della Chiesa che la esprime è di carattere principalmente culturale. Richiede il coraggio di raccogliere le sfide che via via si presentano, senza l’ambizione di risolvere in proprio ogni problema, ma mettendo chi di dovere, fuori e dentro la Chiesa, di fronte alla proprie personali responsabilità.