Il peccato di Degasperi

Alto Adige – 18.8.2004

Degasperi a cinquant’anni dalla sua scomparsa fa parlare di sé come pochi altri uomini politici, fatti salvi coloro di cui ci si ricorda in negativo per i loro crimini e per le loro scelte nefaste. La stima per lo statista trentino è diffusa universalmente, anche tra coloro che ne contestarono l’impostazione ideale e l’amministrazione. Degasperi è additato ovunque come esempio di coerenza e di rettitudine morale. Ebbe fin da giovane grande considerazione delle istituzioni e riuscì quindi ad essere, senza mancare ai suoi principi, suddito fedele dell’Austria e, dopo la Grande Guerra, cittadino impegnato al bene comune di un nuovo stato. La qual cosa mandava in bestia i fascisti per i quali era inconcepibile che un italiano potesse essersi dimostrato convintamente leale ad una corona diversa da quella dei Savoia. Ma per Degasperi, evidentemente, la nazionalità contava meno delle regole che determinano la convivenza civile. Non era cresciuto con i miti dello stato nazionale, né era nazionalista al punto di tramare contro l’integrità delle istituzioni, a qualunque stato esse appartenessero.

L’unico posto dove Degasperi non è apprezzato e alle volte disprezzato, oltre che l’Italia fascista, è paradossalmente l’Alto Adige del secondo dopoguerra dove è considerato una “bestia nera” e dove è assurto a mito negativo. Lo si accusa di doppiezza e di nazionalismo perché immediatamente dopo il conflitto avrebbe fatto “carte false” per mantenere all’Italia la frontiera del Brennero e perché avrebbe perseguito con successo il disegno di includere il Trentino nell’autonomia garantita dagli accordi di Parigi.

Naturalmente si tratta di scelte che ad alcuni possono piacere e ad altri no. In una democrazia è lecito avere idee diverse. Ma il giudizio storico sull’azione del politico Degasperi non può che essere di ampio respiro. Non si può misurarne l’azione solamente in funzione di ciò che accadde e sarebbe accaduto nel ristretto territorio che si estende tra Salorno e lo spartiacque. Vanno considerati la situazione internazionale ed il momento storico.

Volendo fare gli avvocati del diavolo (dove “diavolo” sta per Degasperi) bisogna ricordare che egli, sia come ministro degli esteri che come presidente del consiglio, agiva nel nome e nell’interesse dello stato italiano. Questo è ovvio. Ma anche nei suoi sforzi di mantenere inalterati i confini settentrionali dovette fare i conti con gli interessi delle potenze vincitrici che lo trattavano ingiustamente come l’erede dell’Italia mussoliniana. Un eventuale ricorso al diritto di autodeterminazione, richiesto dalla neonata SVP, sarebbe stato destabilizzante per l’intero continente, non solo per lo stato italiano che stava già perdendo pezzi da tutte le parti. Si era agli albori della guerra fredda, la Germania si era autodistrutta, l’Austria, solo pochi anni prima, suicidata tra le braccia dell’effimero grande Reich. Buona parte della popolazione altoatesina, rimasta salda sulle sue posizioni ideali durante il ventennio fascista, si era lasciata ingannare proprio dalle sirene d’oltre Brennero. La delegazione italiana al tavolo della pace, più debole che mai, calcò la mano, è vero, rispetto alle corresponsabilità sudtirolesi ai crimini nazisti, ma lo faceva di fronte ad un’Austria che non esitava a giocare il ruolo della vittima totalmente innocente. Fu un gioco sporco? Può darsi: la buona fede è un ospite spesso assente ai tavoli delle trattative internazionali, soprattutto all’indomani di immani tragedie. In ogni caso il modo di procedere di Degasperi va valutato guardando anche al prima e al dopo. La sua era stata, prima della marcia su Roma e anche successivamente, una delle voci autorevoli che si erano levate per rivendicare alla popolazione dell’Alto Adige il diritto all’autonomia e persino all’autonomia provinciale. E dopo la pace di Parigi Degasperi sarebbe stato uno degli artefici dell’unificazione europea, di una comunità di stati nella quale le frontiere sarebbero state destinate a perdere progressivamente significato e le minoranze avrebbero potuto godere di ampia tutela. Proprio mentre nella capitale francese Gruber e Degasperi firmavano il noto accordo, altri stati europei espellevano senza riguardo dal proprio territorio milioni di cittadini di lingua tedesca.

Si rinfaccia a Degasperi di aver voluto forzatamente includere nell’autonomia pure i trentini. Anche questa è una scelta discutibile finché si vuole, ma basata su solide motivazioni. Chi avrebbe dato l’autonomia al Trentino, che la chiedeva a gran voce, se non in relazione all’Alto Adige? Degasperi aveva fatto sufficiente esperienza, negli anni precedenti, della mancanza di sensibilità, a Roma, verso le autonomie locali e delle tendenze centralistiche dello stato unitario. Aggregando Trento e Bolzano, dicono i suoi interpreti più autorevoli, non intendeva menomare le prerogative del Sudtirolo, quanto piuttosto aumentarne la forza contrattuale a cospetto del governo. Ma c’è di più: in Alto Adige, immediatamente dopo la guerra, andava profilandosi una situazione anomala dal punto di vista democratico: una popolazione stretta in un unico blocco politico in chiave etnica senza possibilità di confronto dialettico interno. Una circostanza che, dopo quasi sessant’anni e in presenza di un nuovo statuto di autonomia che ha messo la regione del tutto in secondo piano, è ancora oggi presente. Sono convinto che il timore di affidare la neonata autonomia ad un unico partito politico abbia pesato non poco nella scelta di creare la regione. La memoria del “partito unico”, tomba della democrazia, era ancora quanto mai viva. Del resto Degasperi non aveva affatto la necessità di operare “favoritismi” al suo Trentino a scapito della stabilità interna e internazionale.

Ancora oggi è difficile giudicare con serenità se le scelte operate a suo tempo da Degasperi siano state un bene o un male per questa terra. Bisognerebbe essere in grado di sapere come sarebbero andate le cose se la questione del confine fosse stata sottoposta a referendum, se non ci fosse stato l’accordo di Parigi, se i trentini fossero stati esclusi dall’autonomia… Difficile a dirsi.

Nessuno è perfetto, neanche Degasperi. Ma certamente, sul piano politico ed umano, non fu un opportunista come testimonia il fatto che all’occorrenza, anzi spesso, dovette fare i conti con tentativi di emarginazione e con l’incomprensione non solo da parte dei suoi avversari, ma anche dei suoi alleati, della sua Chiesa e persino dei suoi compagni di partito.

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