Alto Adige – 6.8.2004
C’è un anniversario, sono passati quarant’anni esatti, che non può passare in sordina. È quello della creazione della diocesi di Bolzano-Bressanone. Non può passare sotto silenzio perché rappresenta una svolta importante non solo sul piano ecclesiastico, ma anche su quello politico e culturale.
Non era la prima volta nella storia che le diocesi del vecchio Tirolo subivano spostamenti di confine. In passato si era trattato per lo più di correzioni fatte di pari passo ai cambiamenti dei distretti amministrativi. L’ultima di una certa importanza era avvenuta nel 1818. Da allora il territorio dell’attuale Alto Adige era suddiviso in due diocesi, quella di Trento e quella di Bressanone. La prima comprendeva, oltre il Trentino, anche buona parte del territorio a nord di Salorno, tutta la valle dell’Adige, con Bolzano e Merano, un piccolo tratto della val d’Isarco, buona parte della val Venosta. Bressanone si estendeva sul rimanente territorio, ma al di là del Brennero aveva giurisdizione su quasi tutto il Tirolo settentrionale e sul Vorarlberg.
Tentativi di staccare i cosiddetti “decanati tedeschi”, in realtà almeno in parte mistilingui, della diocesi di Trento per aggregarli a Bressanone erano già stati fatti fin dall’800. Le motivazioni erano eminentemente politiche, nazionali e, per così dire, “etniche”. Si pensava, da parte politica e non ecclesiastica, che in tal modo si sarebbe frenata la strisciante italianizzazione della valle dell’Adige, fenomeno che, con l’emergere dei nazionalismi, era visto con molta avversità. Non se ne fece nulla per l’opposizione di vescovi e parroci. Il legame con Trento infatti non era vissuto in senso nazionale, ma in senso religioso. Un atteggiamento che cambiò all’inizio del ‘900, durante la Prima guerra mondiale e soprattutto negli anni ’20. Nel frattempo era intervenuto un fatto nuovo. Il confine di stato si era spostato da Borghetto al Brennero. La diocesi di Bressanone si trovò di fatto amputata della sua parte più estesa che venne affidata ad amministratori apostolici in attesa di essere eretta a diocesi autonoma (di Innsbruck e di Feldkirch).

La mentalità dell’epoca era contrassegnata da categorie “nazionali”. Si sarebbero voluti dunque rettificare i confini per creare a sud una diocesi solo italiana (Trento), a nord una diocesi “tedesca” (Bressanone). Che nel corso del Ventennio la Chiesa abbia giocato nella regione un ruolo anche politico è fuori discussione. Si trattava principalmente di frenare l’invadenza del regime nel campo dell’educazione ed anche di tutelare, almeno in chiesa, l’uso della lingua materna.
I due vescovi che traghettarono Trentino e Alto Adige dalla dittatura al dopoguerra non ebbero vita facile. Non sempre seppero valutare con lungimiranza il loro ruolo di pastori ed il loro atteggiamento nei confronti di fascismo, nazismo, opzioni, non fu sempre all’altezza della situazione.
La nomina, nel 1952, del giovane Joseph Gargitter a vescovo di Bressanone segna una svolta storica. Non compromesso con la storia, libero di guardare solo al “bene delle anime”, Gargitter seguì gli eventi politici con realismo e decisione. Entrò direttamente, pur nella sua piena autonomia, nelle vicende critiche dell’Alto Adige della crisi politica e delle bombe. Ebbe parole di condanna per ogni tipo di violenza, quella dei terroristi e quella dello stato. Soprattutto capì che l’Alto Adige aveva bisogno di una direzione pastorale unitaria e fece di tutto perché Roma procedesse ad una revisione dei confini diocesani, da far coincidere con le due province di Trento e Bolzano. Il 6 agosto 1964 papa Paolo VI poteva annunciare la creazione della nuova diocesi di Bolzano-Bressanone, alla fine di un faticoso processo che aveva visto come i protagonisti, tra gli altri, papa Giovanni XXIII ed Aldo Moro. Il tutto avveniva sull’onda delle nuove aperture del Concilio Vaticano II, ancora in corso, che dava nuovi contenuti alle idee di pace e di rispetto delle minoranze.
Mentre all’inizio del secolo si puntava ancora a creare diocesi distinte “etnicamente”, la novità introdotta da Gargitter è essenzialmente quella di aver lavorato alla costituzione di una diocesi dichiaratamente mistilingue, in cui diversi gruppi linguistici potessero trovare una casa (o almeno una chiesa) comune. Con questo anticipava la politica ed introduceva una valorizzazione nuova del dialogo tra diversi, concetto in verità, dopo quarant’anni, non ancora del tutto acquisito dalla società nel suo complesso.