La città del ponte

Alto Adige – 22.7.2004

Certamente un ponte di pietra non vale la vita di migliaia di uomini e donne. Non è paragonabile alla assurda moltitudine di vittime che sono costate le guerre che hanno insanguinato i Balcani nel corso degli anni Novanta. E allora perché distruggere un ponte e perché ricostruirlo?

Il ponte di Mostar fu distrutto da venti disumane granate il 9 novembre 1993, lasciando la città ammutolita e offrendo per la prima volta ai mostarini frastornati una chiave di lettura per il massacro fratricida che si stava compiendo nella loro città divisa a metà dalle acque smeraldine della Neretva. Prima i cannoni serbi contro gli abitanti di Mostar, croati e musulmani uniti. Poi all’improvviso, nel maggio di quell’anno, i croato-bosniaci, per ordine di Zagabria, avevano rivolto le loro armi contro i concittadini al di là del fiume, quei musulmano-bosniaci di cui avevano condiviso le sorti per mezzo millennio. L’abbattimento dello Stari Most era molto più del semplice crollo di un ponte. Era l’interruzione di un legame, lo stop alla comunicazione, l’erezione di una muraglia. Non solo: era il rinnegare storia e memoria condivise, nel rapimento di una sbornia non ancora del tutto smaltita. Seguirono i colpi ai minareti e ai campanili, alle opere d’arte e alle cose antiche. Alle case, ai condomini, alle scuole, alle persone.

Quando l’11 settembre 2001, quasi otto anni più tardi, l’Occidente fu bruscamente risvegliato dal suo lungo torpore e non riuscì a capacitarsi delle ragioni dell’odio e della violenza, fu evidente che la lezione di Mostar non era servita a nulla. Era proprio in Bosnia-Erzegovina che non era stata colta in tempo la chance della comunicazione. Era lì che, da secoli, Oriente e Occidente vivevano fianco a fianco, in certi casi mano nella mano, avendo trovato un linguaggio comune ed il gusto quotidiano della convivenza. Ora non più. Tutto ciò, sotto gli occhi distratti e impotenti dell’Europa, andava interrotto, distrutto, rimosso, ferito a morte.

Ma neppure l’11 settembre, in realtà, è riuscito ad aprire gli occhi. Quella scoppiata nella Bosnia dei primi anni Novanta non è una guerra tra religioni, non è una lotta tra civiltà. Lo diviene nella comoda lettura ideologica funzionale al mai sopito senso di supremazia dell’Occidente. Non è una guerra tra mondi o tra diverse visioni del mondo, quanto piuttosto il rifiuto di un mondo plurale, variegato, portatore di valori sia dall’una che dall’altra parte del fiume. Lo Stari Most, con la sua secolare velleità di unire la tradizione cristiana con l’islam ottomano, col suo stile un po’ turco un po’ dalmata, era un fastidioso elemento di contraddizione.

Un anno dopo il crollo, non solo il ponte non c’era più. Non esisteva nemmeno la città. La gente, dall’una e dall’altra parte, sfiorava furtiva le pareti delle case sventrate dai mortai e piangeva i suoi morti. Due amministrazioni parallele, due sistemi politici. Le teste pensanti dall’una e dall’altra parte lanciavano anatemi, individuavano colpe, riscrivevano daccapo una storia scandita da soprusi, intrusioni e molte amnesie.

Ora il ponte di Mostar è stato ricostruito. Non dai mostarini, ma dagli stranieri, a mo’ di tardiva riparazione. Non risorge, il ponte, a suggello di una pace rinata. I cannoni tacciono da un pezzo e così i cecchini, sulle due sponde della Neretva. Ma non a Baghdad, non a Gerusalemme tanto per fare il nome di altre due potenziali città-ponte.

La ricostruzione dello Stari Most, il ponte vecchio di Bosnia Erzegovina, rimane un augurio, un invito e forse un impegno. Ha scritto Ivo Andric: “Di quel che l’uomo costruisce, nulla mi appare più bello e più prezioso dei ponti. Sono più importanti delle case, più sacri delle chiese, tendono a unire, pacificare e collegare, contro divisioni, ostilità e separazioni”.

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