Alto Adige – 29.6.2004
Claus Gatterer fu una persona convinta dell’estrema utilità di raccontare la storia. Era persuaso che, nel farlo, lo storico potesse svolgere un servizio alla collettività, in modo particolare a quei settori che da sempre sono particolarmente vulnerabili. Già da ciò si capisce che il suo modo di narrare la storia (da giornalista) non poteva essere funzionale ad un regime. Gatterer è considerato da molti un maestro, lo studioso che ha indicato, nella sua pratica di ricercatore, una via da seguire. Scriveva di minoranze in anni particolarmente difficili, specialmente gli anni ’60, in cui in Alto Adige gli scontri erano all’ordine del giorno e la storiografia, come da lunga tradizione, era al servizio dell’una o dell’altra parte, cioè tesa a dimostrare le “ragioni” dell’uno o dell’altro nazionalismo. E qui il primo salto di qualità, mai sufficientemente ribadito, sempre drammaticamente attuale: quello di trattare la storia non come un’arma da usarsi in politica e in guerra, ma come uno strumento per capire. In altri termini: lo studio della storia non può essere finalizzato a giustificare una linea politica, ma solo a comprendere la situazione attuale e, eventualmente, a ragionare e ad agire di conseguenza. In questo senso Gatterer definiva le sue opere storiche come opere “politiche”. Non nel senso che fossero aprioristicamente organiche ad un’idea e men che meno ad una classe politica, ma perché offrivano, dallo studio degli eventi e dalla scelta delle testimonianze, nuove categorie di giudizio utili a chi è chiamato a fare scelte operative.

Nel clima di polarizzazione etnica degli anni ’60 e dopo, il suo sforzo non poteva certo essere coronato di successo e consenso generalizzato. Egli proponeva, con le sue analisi, di affrontare la realtà al di fuori dei classici, onnipresenti schemi nazionalistici e di togliersi i paraocchi del provincialismo che induce spesso, ancora oggi, a considerare tutto ciò che accade nel mondo in funzione della questione altoatesina. Gatterer fece capire a molti una cosa di per sé ovvia: il pianeta è pieno di situazioni analoghe, sia pure nella loro diversità, a quella del Sudtirolo. Questo non per sminuire tragedie, sofferenze e necessità di impegno, ma per “relativizzare”, ovvero “mettere in relazione” ciò che accade ed è accaduto in Alto Adige con quanto avviene e avveniva altrove. Le cose spesso sono interdipendenti. Allo stesso modo il giornalista pusterese seppe andare oltre le classiche scansioni temporali (il mondo prima e dopo il 1918), facendo capire che le ragioni della cosiddetta “inimicizia ereditaria” tra i nazionalismi andavano individuate anche facendo qualche passo indietro nella storia.
L’impostazione politica e storiografica di tipo nazionalistico si trova spiazzata di fronte a questo modo di raccontare le cose. Quello di Gatterer è anche un messaggio rivolto allo stile di quella politica che si erge a paladino di una minoranza ignorando tutte le altre, che rivendica per sé (pur legittimamente) diritti e attenzioni internazionali, ma poi dimentica tutti coloro che si trovano in condizioni peggiori.
Gatterer non si limitò a questo. Era davvero convinto della potenzialità delle autonomie locali intese in senso democratico. Nulla a che vedere con gli egoismi localistici che sarebbero emersi non troppi anni dopo la sua scomparsa. Quella a cui pensava era l’autonomia dalle forti radici nella cultura, capace di aprirsi agli altri gruppi e alle altre comunità e di lavorare insieme per il bene comune.
L’attualità di Gatterer, a vent’anni dalla sua morte, sta essenzialmente in questo: i nazionalismi, i provincialismi, le semplificazioni e l’uso distorto della storia, qui come altrove, non sono affatto del tutto scomparsi.