Alto Adige – 28.5.2004
Sinigo è la frazione di Merano nata dalla bonifica del fondovalle, avviata a fine anni ’20, e dalla costruzione di uno stabilimento della Montecatini che produce concimi azotati. Un nucleo industriale che precede di un decennio l’invenzione della zona industriale di Bolzano. Per il regime fascista si tratta di un’occasione d’oro per la propaganda e nello stesso tempo di una spina nel fianco. I sinighesi infatti, e soprattutto gli operai della fabbrica, non danno troppo affidamento sul piano politico. Un libello comunista stampato nel 1932 vede in essi addirittura “l’avanguardia del movimento rivoluzionario nel Sudtirolo”. Non stupisce dunque che il partito e le organizzazioni sindacali di regime dedichino particolare attenzione agli operai sinighesi. Almeno fino al 1929 il sindacato stesso ha avuto seri problemi a piantare radici alla Montecatini. Il timore del sorgere di un clima di malcontento a Sinigo è continuo. Almeno dal 1928 gli operai della fabbrica sono sorvegliati dai confidenti della polizia politica. Uno di essi, nome in codice “Simerau”, è un operaio come gli altri. Ha il compito di spiare i suoi colleghi di lavoro, alcuni dei quali in passato hanno fatto parte dei movimenti socialisti. Raccoglie le informazioni inducendo gli operai a parlare della loro situazione familiare e della passata attività. Frequenta, nella fine settimana, i locali dove i lavoratori si raccolgono. Ai suoi superiori comunica orari, abitudini, opinioni espresse con meticolosa precisione.
Gli operai della fabbrica anche negli anni successivi sono sotto continuo controllo da parte degli agenti dell’Ovra. Sono essi che informano Roma del disagio che regna costante nel corso degli anni. Già nel marzo del 1932 si dice che nel quartiere regna un “vivo malcontento” per l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e degli affitti. Ma sotto accusa sono soprattutto i metodi utilizzati dalla direzione di fabbrica. Lo spiega lo stesso segretario politico del fascio: “La Soc. Montecatini segue una linea di condotta ben lontana dallo spirito corporativo delle leggi sindacali in vigore; la Società premette il vantaggio proprio ad ogni altra cosa, non curandosi delle ripercussioni che possonsi avere dei suoi atti sulla classe operaia”. In particolare “si verifica che alcuni operai siano licenziati con un motivo qualunque; riassunti poi in servizio con paga minore e, magari, con una categoria inferiore (…) cosa accettata dal lavoratore per eliminare il pauroso spettro della disoccupazione”.
Lungi dunque dall’essere l’avanguardia dell’opera di italianizzazione e di fascistizzazione dell’Alto Adige, gli operai della Montecatini rappresentano un problema serio per il partito. Il fascio di Merano però si scontra con la dirigenza del colosso industriale italiano che pare intoccabile. “In questo stabilimento – torna a comunicare un fiduciario dell’Ovra nell’aprile del 1935 – sono stati licenziati un centinaio di operai”. Quanto alle maestranze di Sinigo e alla loro opera di italianizzazione ecco le considerazioni di un confidente dell’Ovra: “è un fatto però che il lavoro malsano che gli operai e che gli impiegati compiono, non è sufficientemente retribuito: a Sinigo si fa la fame lavorando, ecco la verità! Sinigo è un deserto di miseria e di desolazione: ecco un fatto che nessuno può smentire!” A questo punto l’agente della polizia segreta, la cui simpatia per gli operai è piuttosto evidente, osserva che “essi si sentono spinti verso il sovversivismo la cui propaganda viene facilitata dalle estreme condizioni di vita a cui sono costretti malgrado lavorino in uno stabilimento che mina la loro salute”.
In questo contesto si verifica una delle maggiori tragedie che hanno colpito Merano nel corso del ’900: il devastante scoppio all’interno della fabbrica di Sinigo. È il 19 novembre 1936. Il bilancio della disgrazia è di otto vittime (salite poi a undici o dodici) e di decine di feriti, ma l’intero paese rimane a lungo sconvolto. L’effetto immediato della sciagura è un intensificarsi del malcontento degli operai della Montecatini. Diamo ancora la parola agli informatori dell’Ovra. Già lo stesso 19 novembre “si delinea sia nelle famiglie degli operai come da parte della cittadinanza e non solo di lingua italiana, un senso di ripugnanza verso i dirigenti della Montecatini i quali mentre tengono gli operai sotto un continuo pericolo dato dal carattere dello stabilimento, ed in un ambiente mefitico che mina la loro salute, concedono loro delle paghe da fame. Noi che abbiamo riferito a lungo su questo argomento non vogliamo insistere nuovamente in materia. Che la folla anonima abbia ragione di criticare questo l’avvalliamo anche noi”.

L’incidente non fa che acuire il disagio degli operai sinighesi e la cosa non può non preoccupare il regime. “Permettere a questa massa operaia di dover disperare della politica e della previdenza del Regime è un atto insano che il Governo Fascista deve evitare”. Sono gli stessi agenti dell’Ovra, dunque, a solidarizzare con gli operai e a criticare la proprietà. Tra gli assolti in tutta la questione c’è anche il capo del governo Benito Mussolini. Secondo un modo di pensare assai diffuso in tutto il paese egli sarebbe attorniato da una cerchia di personaggi che fanno i loro affari tenendolo all’oscuro di problemi e questioni aperte. Mussolini dunque sarebbe tenuto accortamente disinformato perché se “vedesse e sapesse” non esiterebbe certo ad intervenire. Emergono addirittura, quasi un anno dopo l’incidente, particolari sconcertanti. “Quando il Capo del Governo (1935, ndr.) anni or sono si recò in visita a Merano, e più precisamente due anni or sono, gli azionisti in blocco di detta Società, decisero per il funzionamento del macchinario a vuoto, così che il Duce non poté accorgersi dell’irrespirabile aria micidiale ivi emanante in permanenza, ed ebbe come elogiare anzi la purità dell’ambiente. Certamente se il macchinario avesse funzionato non a vuoto, il fetore micidiale avrebbe colpito l’attenzione del Duce e provvedimenti sarebbero stati da Lui presi…”
In ogni caso sarà proprio il tragico incidente ad indurre la Montecatini a rivedere il proprio atteggiamento verso gli operai, costruendo un fabbricato per l’assistenza, il dopolavoro, progettando nuove abitazioni e ritoccando i salari.