Alto Adige – 22.5.2004
Al di là di singoli episodi e di alcuni personaggi non si può dire che la chiesa locale altoatesina sia stata fiancheggiatrice del fascismo, anche nella sua componente di lingua italiana. Le distanze sono e permangono notevoli. La diocesi, a differenza del regime, riconosce al suo interno piena legittimità per la lingua tedesca, sia nella pastorale che nei propri seminari. Il vescovo di Trento Endrici è notoriamente simpatizzante, fin dalla fine dell’800 e dai suoi primi anni di episcopato, di quel cristianesimo sociale che nella politica italiana ha trovato attuazione nel partito popolare di Sturzo e Degasperi. La diocesi si guarda dal mettere in atto direttamente azioni tese a dar corda alla politica di penetrazione nazionale, ha anzi una certa ritrosia che va persino a scapito delle comunità altoatesine italiane. In definitiva, anche dopo il concordato, chiesa e regime sono due mondi distinti e paralleli, reciprocamente diffidenti, e non mancano le occasioni di scontro. Così anche nella piccola realtà di Merano.
Il pomo della discordia rimane l’Azione cattolica (Ac), accusata di fare politica contro il regime, sollecitata dagli ex popolari, e di lavorare contro l’Opera Balilla. Anche a livello locale l’Azione cattolica, sia di lingua italiana che di lingua tedesca, è tenuta sotto stretta sorveglianza. La polemica tra Azione cattolica e Pnf dilaga nel 1928, sulle prime pagine della Provincia di Bolzano, sia per via dell’insegnamento della religione nella madrelingua dei bambini sia per l’istituzione di una giunta interdiocesana di Azione cattolica ad opera di don Alfons Ludwig, che raggruppa le comunità della diocesi di Bressanone e dei decanati mistilingui della diocesi di Trento. All’Azione cattolica si contesta di svolgere attività antinazionale e contro l’Onb e “risulta che a Merano, nelle Congregazioni Mariane, si va predicando che il Papa ha condannato l’Opera Nazionale Balilla…”

L’animata dialettica tra chiesa e regime non impedisce di arrivare alla firma del concordato dell’11 febbraio 1929 in cui lo stato riconosce le organizzazioni dipendenti dall’AC, purché queste svolgano “la loro attività al di fuori di ogni partito politico”. Malgrado il concordato, nella primavera del 1931 si scatena una risentita campagna di stampa contro l’associazionismo cattolico, accusato ancora di fare una politica contraria al regime. Seguono violenze contro circoli e sedi di associazioni cattoliche e manifestazioni anticlericali.
Nel corso della crisi del 1931 anche i gruppi cattolici italiani (e ovviamente tedeschi) di Merano sono tenuti sott’occhio. In questo contesto, essendo a forte rischio la sua esistenza, si scioglie anche la Società operaia cattolica italiana che fin dalla fine dell’800 aveva animato la vita religiosa cittadina. I suoi membri passano in blocco nel gruppo uomini di Azione cattolica.
Proprio Merano, nel 1936, è teatro di un vigoroso intervento, sia pure in forma privata, del nuovo vescovo coadiutore di Trento, mons. Montalbetti, di fronte ai quadri del fascio cittadino. Una vera e propria sfuriata. Il vescovo è in città con un intenso programma pastorale. Ma mentre la stampa ufficiale si limita a registrare le tappe della visita e a lodare la “bontà d’animo” del vescovo, è il segretario del fascio che sente il dovere di informare il federale di Bolzano delle sue affermazioni “di carattere politico”, con una relazione che arriva poi sul tavolo del capo della polizia. Appartatosi con il segretario politico Barbieri ed il preside del liceo, Montalbetti chiede informazioni sugli effetti della propaganda nazista a Merano. I due minimizzano precisando però che essa “è da ritenersi indubbiamente pericolosa anche per la Chiesa Cattolica”. A questo punto mons. Montalbetti, “alterando alquanto la voce”, si lascia andare e dice: “Nelle vostre organizzazioni si potranno tenere inquadrati i bimbi con la forza ma non si avranno mai le loro anime. Le Autorità Governative non hanno mai capito anche che l’imposizione della lingua italiana e l’abolizione della madre lingua tedesca per queste terre, con il divieto dei costumi locali, sono provvedimenti ingiusti e coercitivi che ottengono l’effetto prettamente contrario a quello voluto, poiché con la prepotenza si provocano i giustificabili risentimenti di questa popolazione la quale, progressivamente, diventa sempre più nemica dell’Italia”. Mentre i due interlocutori lo guardano impietriti, Montalbetti continua il suo j’accuse: “Precisò poi che il deprecabile gesto di un alto gerarca fascista, che il giorno delle corse all’Ippodromo di Maia Bassa ha strappato nastri e cordoni dal cappello di un bimbo in costume locale, è stato vivamente biasimato e deplorato nelle alte sfere. Che un segretario politico della Valle Venosta ha schiaffeggiato un contadino perché portava il grembiule; che l’Autorità in Val Venosta ha applicato una contravvenzione di L. 500 per scritte tedesche, che l’Autorità vietò all’Azione Cattolica dell’Alto Adige di inviare una lettera stampata in lingua tedesca ai soldati Atesini in A. O. e che ciò riveste quasi il carattere di una vera tirannia”.
In definitiva, è la profezia di mons. Montalbetti, “con gli attuali sistemi coercitivi la popolazione non diventerà mai veramente italiana, ma nazista”. Altrettanto azzeccata la previsione del segretario politico: “Monsignor Montalbetti (…) diventerà indubbiamente uno dei peggiori nemici della penetrazione italiana e fascista in Alto Adige”.
Scheda. “Il partito non scherza”
La stessa comunità cattolica italiana di Merano ha più occasioni di scontro con il locale partito. Innanzitutto i preti, a fine anni ’30, vengono di fatto sfrattati dalla canonica per far posto alla costruzione della casa del fascio che oggi, per ironia della storia, ospita oratorio e canonica di S. Spirito. Nel 1938 viene improvvisamente trasferito da Merano il maestro Renato Grottoli. La sua colpa: presiedere i gruppi di Azione cattolica. Secondo un promemoria redatto dal parroco si ripetono atti di intimidazione. “Il giorno dell’Epifania, festa per noi della distribuzione delle tessere, venne quella minaccia da parte del segretario del Fascio: di stare bene attenti a fare dell’Azione Cattolica, che si incorreva le sanzioni del Partito”. “Più tardi furono alcuni giovani ad essere invitati ufficialmente quantunque segretamente, a non prendere più parte alle adunanze dell’Associazione”. Il cappellano don Michelotti “fu più volte chiamato dal Segretario del Fascio, perché, lasciandosi accompagnare nelle passeggiate da qualche giovane (non mai di più di 8) usciva dai limiti permessi all’A.C. e distruggeva l’attività della GIL”. Alcuni giovani “furono avvisati pubblicamente, che era conveniente portare solamente il distintivo delle Associazioni fasciste”. Al presidente di un gruppo di AC infine viene intimato “di ritirarsi dall’Azione Cattolica”, con “queste testuali parole: il partito non scherza”.
Della situazione viene interessato direttamente il Vaticano. È della fine del 1938 un promemoria del vescovo Endrici alla segreteria di stato, ovvero al card. Eugenio Pacelli, che di lì a due mesi sarà eletto papa.