Alto Adige – 15.5.2004
Lo stato di diritto è una conquista di civiltà. Chiunque, tranne i criminali, ne può apprezzare i vantaggi. I magistrati, di questo patrimonio, ne sono i custodi. Ne rappresentano, per così dire, i sacerdoti. Tuttavia si tratta di una categoria costantemente presa di mira. Un tempo perché appiattita sul potere politico. Ma allora, appunto, non c’era lo stato di diritto. Oggi invece perché si muove con maggiore libertà, colpendo i furbi e chi mina, alle sue basi, la convivenza civile. Senza guardare in faccia a nessuno. Che la legge debba essere uguale per tutti è un’idea che ancora fa tremare i polsi a qualcuno.
Anche nel caso del prete bolzanino accusato di aver abusato, a suo tempo, di una bambina va riconosciuto alla Procura della Repubblica il diritto, anzi il dovere, di andare in fondo all’insana vicenda. Tutti coloro che amano la giustizia si augurano che, se davvero vi fu un reato così grave, il colpevole sia individuato e ne porti le conseguenze penali. Anche in questo caso, ovviamente, senza guardare in faccia a nessuno. Anche il vescovo, dovesse avere delle responsabilità, andrebbe punito severamente. E se saltasse fuori un tentativo di copertura da parte del papa, diritto internazionale permettendo, nemmeno con lui si dovrebbe andare troppo per il sottile. La legge è uguale per tutti.
Detto questo, l’attribuzione di una colpa, in uno stato di diritto, non può che fondarsi su riscontri concreti. Su prove reali. La giustizia che si basa sulle voci di corridoio, sulle mezze parole, sui sentito-dire, tende ad allontanarsi, anziché giungere alla verità. Perché il compito di chi formula un’accusa non è quello di “vincere” un processo, ma è quello di collaborare a determinare la pura e semplice verità. Un lavoro non facile, non c’è dubbio. Richiede non solo capacità investigativa, non solo l’uso meccanico di sofisticati sistemi di intercettazione o di registrazione a distanza. Gli elementi raccolti hanno bisogno di essere valutati avendo conoscenza delle persone e degli ambienti a cui si riferiscono.

Il caso specifico del prete bolzanino non è più un semplice affare di presunta pedofilia. Sembra volersi allargare ad una cerchia più ampia, perché il presunto colpevole sarebbe ora spalleggiato dai suoi confratelli, persino dal vescovo, verso i quali si insinua l’atroce sospetto di essere se non addirittura altrettanti “compagni di merende”, come minimo degli omertosi fiancheggiatori. Adombrare il sospetto, sia pure velato, che le cose stiano così è fin troppo facile. Ma è una banale scorciatoia. È come sparare sulla Croce Rossa o, per restare in tema, rubare in chiesa.
Non si è vista l’ombra, finora, di un riscontro concreto. Tutti i protagonisti e i possibili testimoni hanno negato risolutamente. Le conseguenze da trarne possono essere due: o l’accusa è inconsistente ed il colpevole va cercato altrove, oppure tutti mentono spudoratamente. Dove per “tutti” si intendono il sacerdote, i collaboratori della parrocchia, i ragazzi dei gruppi, la curia, il vescovo, dato che, si dice in Procura, “negli ambienti ecclesiastici c’è qualcuno che sapeva o comunque aveva sentore che fosse accaduto qualcosa di grave”.
Innanzitutto, bisogna dire in tutta franchezza che casi di pedofilia si verificano, ahimè, negli ambienti di chiesa, così come in tutti i luoghi in cui persone adulte hanno a che fare con bambini. Probabilmente meno. È anche vero che un tempo si preferiva fare il possibile per mettere a tacere ogni fonte di scandalo. Ma tutto ciò appartiene in gran parte al passato. Oggi non c’è alcuna tolleranza verso simili episodi.
In secondo luogo, l’equivoco, su questi temi, è a portata di mano, quando gli inquirenti non abbiano pratica dell’ambiente in cui si muovono. È abbastanza noto, per fare un esempio, che agli uomini di chiesa cattolici sia preclusa ogni attività sessuale. Essi sono tenuti al celibato. Non è questa le sede per discutere sull’opportunità di questa norma. Ma è facile immaginare che un prete, al quale si rivolgano con insistenza domande su di un tema per lui così delicato, possa rispondere con imbarazzo e, perché no, con una certa goffaggine. Con molti “non so”. Scambiare questo atteggiamento con il “muro di omertà” di cui si è parlato non fa onore all’intelligenza di chi svolge le indagini.
In terzo luogo, si dovrebbe sapere che tutta la fiducia che i fedeli ripongono nei loro sacerdoti si basa sulla certezza della loro discrezione. È tuttavia evidente che il segreto confessionale che lega indissolubilmente una persona ad un prete, non ha nulla a che vedere con un’asserita tendenza a “tacere pur sapendo”.
Infine, quando si tira in ballo la curia, bisogna sapere di che cosa si tratta. Non certo di un monolite, di una squadra di generali in clergyman pronta in ogni momento ad obbedire senza discutere agli ordini superiori. Si può ammettere che tra gli uomini di curia vi possa essere qualcuno che, per debolezza caratteriale, preferisce voltarsi da un’altra parte, ma per la maggior parte si tratta di persone di larghe vedute e di provata esperienza che, se solo avessero avuto un vago “sentore che fosse accaduto qualcosa di grave”, non avrebbero esitato a chiedere immediati e severi provvedimenti.
Si ha un bel dire che “accuse e sospetti non sono nei confronti della chiesa” come tale, ma riguardano solamente qualche presunta “mela marcia”. La cultura del sospetto è di per sé devastante. “La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo”. A lungo andare il sospetto si trasforma in discredito e sfiducia, soprattutto quando esce malamente dagli uffici giudiziari e dalle aule dei tribunali. Può darsi che qualcuno possa godere di una chiesa locale sospinta nel fango. Ma ciò che potrebbe indurre tutti ad una maggiore prudenza, è il fatto che gettando discredito (pur senza volerlo) su di un’istituzione come la chiesa, si contribuisce direttamente a minare il delicato rapporto tra il cittadino e le istituzioni tout court, in particolare quelle maggiormente esposte, perché operanti in prima linea, come la stessa magistratura.