Le radici cristiane d’Europa

Alto Adige – 11.5.2004

Chi si aspettava dai movimenti riuniti sabato scorso a Stoccarda un atteggiamento integralista rispetto alla necessità di introdurre nella nuova costituzione europea il richiamo alle “radici cristiane” del Vecchio Continente, è rimasto deluso. Non c’è traccia di una simile richiesta neppure nel messaggio finale, cui i diecimila hanno tributato il loro consenso con un lungo, interminabile applauso. In esso si rivendicano, semmai “uguaglianza e libertà per tutte e per tutti”, “approfondimento del patrimonio culturale comune” e, soprattutto, “apertura a quanti sono portatori di altre culture e tradizioni religiose”. La voce del pastore evangelico Ulrich Parzany è solo apparentemente fuori da coro. Egli ha deplorato “che Dio non abbia trovato posto neanche nel preambolo della costituzione europea”. Ma anche qui il riferimento è a Dio, non alle “radici cristiane” che ne sono, semmai, un’espressione storica. Lo stesso messaggio di Giovanni Paolo II, il quale nei mesi scorsi non aveva fatto mancare al proposito alcune note critiche, si limita oggi a sottolineare che “la riuscita duratura” dell’unione tra i paesi europei “dovrebbe essere legata al cristianesimo come suo fattore di identità ed unità”. Ma si tratta di un’identità non esclusiva poiché, come ha ripetuto più volte il fondatore della comunità romana di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, “l’Europa è una e plurale. Plurale con un Occidente segnato dalla cultura cattolico-protestante; con un Oriente segnato da quella bizantina. Per alcuni Paesi, l’Italia, la Francia, il Belgio, la Spagna, essere laici ha un suo senso particolare…”

Esplicito nella sua domanda di pluralismo persino il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo: “L’identità dell’Europa e la sua storia sono indistruttibilmente congiunti con la fede e la tradizione cristiana. Questo non significa certamente che popoli non cristiani non abbiano un loro posto nella nascita della Casa Europea. L’abbraccio europeo – in quanto cristiano – deve essere certamente aperto, non solo tra fratelli in Cristo secondo lo spirito, ma anche tra fratelli in Adamo ed Eva, secondo la carne”.

Se nessuno dei convenuti a Stoccarda, “Insieme per l’Europa”, è dunque disposto ad immaginarsi il futuro del continente a prescindere da Dio e dalle tradizioni anche di ispirazione cristiana che ne hanno determinato e ne fanno la storia, tutti sono consapevoli della necessità di costruire un’identità comune fondata sul dialogo, pur senza avvilire le differenze. Un atteggiamento non privo di ricadute politiche. Ed è stato proprio il presidente della commissione europea Romano Prodi ad affermare che “senza arroganza, senza esibizionismi, senza la pretesa di imporre qualcosa a nessuno i cristiani possono essere il lievito e il seme di questa nuova storia, in uno sforzo di dialogo costante con ebrei e musulmani e con quanti hanno altre convinzioni. Con uno spirito ecumenico, con uno spirito di tolleranza e rispetto per la diversità e per l’altro, il fermento religioso può dare all’Europa quell’anima di cui il nostro continente non può fare a meno”. Tanto più che “l’Europa non è la culla originale del cristianesimo. Conviene sempre ricordare che il cristianesimo è una fede orientale, o almeno mediorientale. Il cristianesimo si diffuse assai velocemente nel Nordafrica, in Egitto, in Libia, nelle odierne Algeria e Tunisia, ed altrettanto avvenne là dove oggi vi sono Turchia, Afghanistan, Iran e Iraq. Nel 245, quando ancora la maggior parte degli europei professava riti pagani, vi erano già ventiquattro episcopati cristiani nella valle del Tigri e dell’Eufrate. L’Ungheria viene cristianizzata dopo il mille”. “Detto questo – ha continuato Prodi – non è tuttavia legittimo dubitare che il cristianesimo abbia enormemente contribuito alla composizione di valori, di ideali e di speranze che oggi fanno parte della cittadinanza europea. La storia dell’Europa non ha senso senza la storia del cristianesimo, nelle sue forze e nelle sue debolezze”. I diecimila di Stoccarda lo hanno applaudito, significativamente, sia nella prima che nella seconda parte del suo ragionamento. Quanto alla bozza di costituzione europea (“pur sempre perfettibile”), il presidente è stato chiaro: essa “rappresenta una risposta importante al bisogno di organizzare la prima democrazia sopranazionale della nostra storia. Essa è un modello originale per comporre in un delicatissimo equilibrio popoli e stati, in modo da realizzare davvero quella ‘unione di minoranze’, su cui costruire la nuova potenza civile europea”.

Non è solo l’Europa ad essere alla faticosa ricerca di una propria identità (“una e plurale”). Le stesse chiese cristiane, come farebbero pensare le parole udite nella Hanns-Martin-Schleyer-Halle di Stoccarda, sono di fronte alla sfida del conciliare l’unità con la diversità, del valorizzare le differenze senza imporre uniformità, del ripensare, in definitiva, un proprio ruolo politico e propositivo. Non si tratta in primo luogo di far entrare di forza il cristianesimo nella nuova Europa quanto piuttosto di introdurre l’idea di una nuova Europa (aperta la mondo, plurale, pacificatrice) nei pensieri e nella pratica delle chiese cristiane.

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