Quando Merano era “internazionale”

Alto Adige – 22.4.2004

“A Merano c’era un’atmosfera molto particolare, direi quasi di Mitteleuropa. Innanzitutto le lingue: si sentivano almeno quattro o cinque lingue per la strada. Avevamo amici olandesi, americani, inglesi, francesi, russi. Dava la sensazione di un mondo diverso. La città non era né tedesca né italiana”. È il ricordo di una persona, oggi novantenne, cresciuta nella Merano degli anni ’20.

La storia della città del Passirio, nel cuore del ‘900, sfugge ai tradizionali criteri di classificazione che vogliono un Alto Adige articolato in due, massimo tre gruppi linguistici. I cosiddetti “stranieri” a Merano, fin dall’inizio del ’900 compongono una fetta assai rilevante della cittadinanza. Per averne un’idea sarebbe sufficiente una breve visita al locale cimitero evangelico. Lì giacciono i resti mortali di persone della più disparata provenienza: prussiani, tedeschi, olandesi, ungheresi, russi, inglesi, irlandesi, americani, giapponesi ed altri ancora.

Accanto al flusso di turisti che si fermano in città da pochi giorni a qualche mese, a Merano, tra le due guerre, risiedono in forma pressoché stabile diverse colonie straniere, che portano con sé lingua, cultura e credo religioso. Non si spiegherebbe altrimenti la presenza in città, oltre a quelle cattoliche, di una chiesa evangelica luterana, di una chiesa anglicana (in seguito abbattuta), di una russo-ortodossa e della sinagoga.

Se nel 1900 gli stranieri censiti a Merano sono solo 120, dieci anni dopo essi risultano già oltre quattromila. Si tenga conto che tra questi diverse centinaia sono italiani del regno immigrati in città. Ci sono poi senz’altro operai edili di altre nazioni europee. Una grossa parte infine è costituita da persone appartenenti a ceti benestanti, che si sono fermate stabilmente a Merano, eletta a loro seconda patria.

La grande guerra porta scompiglio in questo gruppo sociale. La sospensione delle stagioni di cura, la penuria di viveri e la logica amico-nemico induce certamente molti al rimpatrio. Eppure nel 1921 il nuovo censimento ripropone la cifra di oltre 7.500 stranieri. Una buona fetta di essi è ora composta da austriaci immigrati, che negli anni successivi otterranno la cittadinanza italiana attraverso la cosiddetta “opzione”. Secondo i dati del censimento nel 1921 a Merano ci sono infatti 4.167 austriaci, 1.194 germanici, 1.062 cecoslovacchi, 184 iugoslavi. I cittadini di altre nazionalità sono 724.

Una categoria di stranieri che fa apparizione in città nell’immediato dopoguerra è quella dei profughi russi. In realtà la colonia russa in riva al Passirio ha radici ben più lontane. Già nel 1875 è nato a Merano un “comitato russo”. Nel dicembre 1884 si tengono i primi riti ortodossi nella villa Stephanie, mentre nel dicembre del 1897 si consacra la chiesa di San Nicola Taumaturgo, all’interno della “casa russa” di villa Borodine.

Potrà sorprendere la presenza di una “colonia inglese”. Eppure l’inaugurazione della chiesa anglicana è del marzo del 1891. Risiedono a Merano persone provenienti da ogni parte dell’impero britannico, non solo dall’Inghilterra, ma anche dall’Irlanda e dalla lontana India.

Strettamente legata, per via della lingua, a quella inglese è la colonia americana. Se essa, come le altre, rimane difficilmente quantificabile nelle sue dimensioni, certamente si tratta di un elemento importante per la diffusione della cultura d’oltreoceano in città. Nel febbraio del 1930 troviamo la colonia nelle sale del Meranerhof per un “ballo americano”, col quale si intende “festeggiare la ricorrenza della nascita del grande eroe americano Giorgio Washington”.

Ma icona dell’internazionalità di Merano negli anni ’30 è la cittadinanza di cultura e religione ebraica che, secondo il discusso censimento dell’agosto 1938, imposto dalle autorità in vista dell’emanazione delle leggi razziali (e dunque in base a presunti criteri “razziali”), risulta composta da ben ventuno nazionalità, ventidue comprendendo gli apolidi. In quel particolare tragico momento le persone classificate come ebree sono, nell’ordine, di cittadinanza germanica, italiana, polacca, (ex) austriaca, cecoslovacca, ungherese, rumena e comprendono, in misura minore, cittadini di Danzica, francesi, inglesi, iugoslavi, lettoni, lituani, olandesi, russi, salvadoregni, spagnoli, svedesi, svizzeri e turchi.

Per un’ironia della storia proprio a Merano, dall’inizio anni ’30, una piccola parte della “colonia germanica” nel 1931 ha fondato un primo “gruppo hitleriano”. Il 1933, come è facile comprendere, è un momento di svolta. Quell’anno si verifica proprio a Merano uno dei primi atti antiebraici registrati in Italia: un gruppo di nazisti locali percuote due ebrei italiani ed imbratta i muri con slogan antisemiti. Il presidente della comunità ebraica meranese Josef Bermann si mostra preoccupato: “Purtroppo anche nella nostra Provincia si deve constatare che il Partito Hitleriano fa una propaganda di odio contro gli ebrei”.

È il primo tragico segnale del declino della Merano internazionale, quella davvero cosmopolita non solo per la presenza dei turisti stranieri, ma per la varietà della sua stessa popolazione residente.

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