C’è un dopo

Alto Adige – 11.4.2004

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra”. Potremmo aggiungere, due millenni più tardi: in lontananza si sentivano i boati delle granate lanciate sui campi profughi. Oppure: il tuono dell’attentato suicida disintegrava un pullman carico di donne e bambini; la guerra continuava a mietere vittime innocenti; il mondo giaceva ancora impotente sotto le macerie delle torri gemelle; le urla si udivano nitide pochi istanti prima che i disperati venissero inghiottiti dai flutti. Buio. Buio su tutta la terra. Ma non è questa la notizia della Pasqua.

I racconti della Quaresima pongono Cristo, all’inizio, su di un monte altissimo. Ce lo aveva portato il tentatore, colui che divide. Gli aveva mostrato tutti i regni del mondo con tutta la loro gloria e gli aveva detto: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”.

La narrazione del venerdì riporta Cristo ancora su di un monte. Ora è appeso ad una croce in compagnia di due malviventi. È del tutto ignorato dai potenti dei regni del mondo e non c’è, nella sua situazione, alcun segno di gloria e regalità. Pur potendolo fare, non ha imboccato la via comoda. Nessuna scorciatoia.

Adesso è lì, inchiodato ad una trave di legno. È tragico pensare che proprio in quei luoghi, in questi giorni, da troppi anni, ogni ora che passa viene crocifissa la speranza di una pace giusta per tutti gli abitanti di quella terra…

“Quelli che passavano di là – racconta Matteo – lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!”. Le stesse parole del tentatore, ad inizio Quaresima: “Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane…”.

Matteo sottolinea la vuota stupidità dell’uomo. Perché è chiaro che lì, ai piedi della croce, c’è l’uomo di ogni tempo con la sua sciocca arroganza: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!”

E più ne sappiamo e più ci crediamo simili a Dio. Come i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani che lo schernivano: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso? È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo…”

Gesù, sul cui capo è appeso un cartello che dice trattarsi del re dei giudei, è lì solo come un cane, inascoltato e incompreso. Prima ancora che la storia del figlio di Dio, quella della passione e morte di Cristo è la storia di un uomo. Al pari della passione e morte di migliaia e milioni di altri esseri umani è circondata dalla più totale indifferenza e solitudine. È stato abbandonato persino dai suoi. Non solo da Giuda che lo ha dato in mano agli aguzzini, ma anche da Pietro che, prima del canto del gallo, lo ha rinnegato tre volte. La sera prima aveva pregato i suoi amici di vegliare con lui, perché la sua anima era triste fino alla morte. Ma loro si erano addormentati, lasciandolo solo con il suo calice di dolore.

Era stato sottoposto a processo, accusato di bestemmia dal sommo sacerdote che si era stracciato le vesti all’udire le sue parole. Era stato preferito, per la morte, a Barabba, da parte di quel popolo che lo aveva osannato pochi giorni prima, al suo ingresso in città. Lo avevano spogliato, addobbato come un clown, sputacchiato, percosso, deriso e, infine, flagellato a sangue. Poi lo avevano caricato della croce e sospinto verso l’alto.

Ora è lì appeso ad una croce. Ha emesso l’ultimo respiro e su tutta la terra è calato il buio. La scena è tragica non tanto per la morte di un uomo. Non per il sangue che gronda, per la violenza del martirio, cose utili, forse, ad un successo cinematografico. È tragica per l’indifferenza che lo circonda. La morte di Cristo è un atto di accusa che dopo duemila anni non ha perso un briciolo di attualità. L’indifferenza è quella degli uomini pii, di quelli, con le carte in regola. Invece il riconoscimento della grandezza di Gesù viene da un pagano, da uno che noi oggi definiremmo gentilmente un “lontano”. “Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia al condannato, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: Davvero costui era Figlio di Dio!”.

Ecco una pagina di vangelo in cui non c’è, all’apparenza, nessuna buona notizia. Il messaggio è agghiacciante, terribile, disperato. Se non fosse che, a quella morte assurda, c’è un dopo. Alle migliaia di morti assurde di cui parlano (o non parlano) i nostri notiziari, c’è un dopo. Questa e solo questa è la buona notizia della Pasqua: un “dopo” che si fa presente, se non altro nei sogni, nelle speranze e nelle azioni dell’uomo giusto.

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