Alto Adige – 11.4.2004 – Intervista a Ivan Maffeis
Don Ivan Maffeis, sacerdote e giornalista, è da alcuni anni direttore di Vita Trentina, il settimanale dell’arcidiocesi di Trento. Il suo è un osservatorio, per molti versi privilegiato, sugli eventi religiosi e sul rapporto tra Chiesa e mondo, fede e vita quotidiana.

Lei è da anni direttore del settimanale diocesano Vita Trentina. Lavora con le notizie. Quella della Pasqua per i cristiani è l’unica vera notizia, la Buona Notizia, degna di essere annunciata ogni anno e ogni giorno. Cosa sta alla base di questo fenomeno “anomalo” per il quale da duemila anni si può ripetere una stessa notizia ed essa resta, a differenza di tutte le altre, di estrema attualità?
Siamo esposti tutti i giorni ad un diluvio elettronico di cronaca nera, che finisce con il farci sentire impotenti di fronte alle tragedie dell’umanità: dall’Iraq alla Cecenia, dalla Terrasanta al Sudan… L’attualità della Pasqua sta proprio nel fatto che questa notizia è di segno contrario, inverte il “genere” nel quale la cronaca ci ha fatti precipitare. Non si tratta semplicemente di qualcosa di diverso, di una parola “buona” destinata a restare distante dalla vita, quanto piuttosto della chiave di interpretazione con la quale tentare di decifrare quello che succede.
In quali termini, come giornalista, darebbe oggi la buona notizia della resurrezione, in un mondo che ha subito un lungo processo di secolarizzazione?
Forse la difficoltà principale non deriva tanto dal “mondo”, quanto da “dentro”: è “nostra”. Dietro quel trovarci a corto di parole quando affrontiamo temi decisivi – in questo caso si tratta del cuore stesso dell’annuncio cristiano, ma lo stesso avviene davanti al mistero del dolore, dell’amore, della vita – probabilmente c’è la nostra lontananza. Ci riconosciamo cristiani, ma da qui a credere veramente alla Pasqua, al punto da sposarne la logica… Sarà anche per questo che riusciamo spesso a parlare di tutto senza andare veramente all’essenziale.
Nel mondo in cui lei opera, a cui lei si rivolge, il messaggio pasquale è ancora recepito nella sua dimensione profonda?
C’è un grande bisogno di Pasqua, bisogno magari non espresso, ma vero, rafforzato dall’esperienza disarmante di questo lungo Venerdì Santo della storia umana, segnato da tante croci senza risurrezione. Mi sembra che questo tempo costituisca una nuova grande possibilità per le Chiese, se queste però non si fermano ad amplificare il coro di chi si lamenta: “Il Venerdì Santo – scriveva Mazzolari – ha folle numerose e devote. Non impegna: la morte non impegna. Ma proprio per l’urlo di barbarie che oggi si avventa contro la nostra Pasqua, io credo nella Pasqua come non vi ho mai creduto”. La risposta passa attraverso la testimonianza di come la luce della Pasqua possa raggiungere anche i tornanti e le salite che viviamo quotidianamente; passa in gesti concreti di pace, di avvicinamento, di disponibilità, di condivisione.
Ci sono differenze sostanziali nel rapportarsi alla Pasqua cristiana tra la popolazione urbana e quella rurale del Trentino?
Rispondo con una nota di colore: la processione delle Palme che domenica scorsa si è snodata tra la basilica di S. Maria Maggiore e la Cattedrale, era osservata con curiosità da quanti sedevano ai tavolini dei caffè. Poco dopo, le vie del centro città erano attraversate – come ogni domenica – da accenti di diverse lingue straniere. Molte delle persone – per lo più donne – che le parlavano avevano tra le mani un ramo d’ulivo; condividevano il breve tempo di riposo, prima di ritornare nelle nostre case, a fianco di malati ed anziani. Quello dell’appartenenza religiosa è un volto dell’immigrazione ancora tutto da scoprire, quando non è letto con superficialità e pressappochismo.