Il disagio e la politica dello struzzo

Alto Adige – 24.3.2004

Quello del disagio degli italiani può essere uno slogan utile (non si sa fino a che punto) per la lotta politico-elettorale oppure può essere un’ipotesi di lavoro. È questa seconda possibilità che ultimamente ha guadagnato l’attenzione di alcuni settori non solo del centrosinistra altoatesino, ma anche di esponenti politici del partito di raccolta. Un’analisi pacata e serena della questione diventa dunque non solo possibile ma doverosa.

In primo luogo andrebbero banditi due atteggiamenti opposti e speculari. Il primo è quello di chi brandisce il malessere del gruppo italiano, mettendolo in risalto ad ogni pie’ sospinto. Trattandosi di un problema dai risvolti anche psicologici, è evidente che in tal modo non si fa che amplificarlo oltre misura, distorcendone il significato ed impedendo (forse volutamente?) ogni intervento risolutivo. Il secondo è quello di chi nega il disagio. Il problema non esisterebbe e basta. Entrambi gli atteggiamenti non fanno altro che incancrenire la ferita.

Un medico può benissimo essere convinto che il malato che gli si presenta soffre di una patologia immaginaria. Lo farà, però, dopo aver sottoposto il paziente come minimo ad una visita accurata, magari prescrivendo, prima dei farmaci, una serie di visite specialistiche.

Ben vengano dunque, anche a livello sociale, le analisi, le indagini e gli studi, partendo dal presupposto che una società nella quale un gruppo si ritiene “malato” è essa stessa, in qualche misura, malata. E non va confuso il disagio con la malattia. Esso è semmai come la febbre, ovvero il sintomo di qualcosa d’altro. Curare semplicemente la febbre non porta lontano.

Alcuni spunti, dunque. Innanzitutto il disagio, in Alto Adige, non è un fenomeno confinabile storicamente solo a datare dal secondo statuto di autonomia, né è un’esclusiva del gruppo italiano. Tutta la costruzione istituzionale messa in atto dall’Accordo di Parigi in poi tende proprio ad evitare che ci siano, in questa terra, lingue, culture e persone di serie B o C. La riscoperta ottocentesca della cultura ladina nasce proprio dal malessere derivante da una progressiva snazionalizzazione. Il disagio nel gruppo tedesco ha portato, dagli anni ’20 ad oggi, alle rivendicazioni, agli irredentismi e persino alle bombe. Il gruppo italiano ha espresso il suo malessere in varie forme, in varie epoche e sempre per motivi specifici, già a partire dalla fine dell’800, ovvero in concomitanza con l’emergere degli atteggiamenti nazionalistici dall’una e dall’altra parte. Se si prescinde dagli anni del potere fascista (soprattutto gli anni ’30), la caratteristica principale del gruppo italiano è stata sempre quelle di essere il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. Tra Roma e Vienna, Tra Svp e governo romano, tra Alto Adige e Trentino.

Ma più che le colpe di questa situazione andrebbero indagate le ragioni. Se ne troveranno nell’economia, nella politica e nella cultura. La debolezza strutturale del gruppo italiano sul piano economico potrebbe risultare evidente quando si guardasse alla distribuzione della proprietà della terra, ad esempio. Il fatto di non avere, economicamente e culturalmente, un retroterra nell’agricoltura rappresenta, nel contesto altoatesino, un notevole handicap. I vari settori dove tradizionalmente gli italiani hanno trovato occupazione e sviluppo nel corso degli anni sono stati interessati dall’intervento della proporzionale etnica o sono entrati in crisi (industria). In Alto Adige c’è dunque da sempre una divisione del lavoro su base linguistica che determina scompensi in quel gruppo che è meno presente in tutti i rami dell’economia.

Anche la crisi della politica che ha riguardato il Paese negli ultimi quindici anni ha avuto riflessi solo sulla comunità italiana, rafforzando invece il ruolo egemone della Svp che si comporta (o è costretta dagli eventi a farlo) come uno stato nello stato.

Tutto ciò ha chiare ricadute anche sul piano culturale che poi è quello più vicino alla psicologia del disagio. Il sentirsi tagliati fuori, male accetti, pesci fuor d’acqua si manifesta nella cultura e negli atteggiamenti, ma ha radici nell’economia, nella politica e nella storia.

A tutto ciò si aggiungono i mai sopiti nazionalismi. Quello di chi, malgrado gli eventi del ‘900, si ostina a pensare che “qui siamo in Italia e quindi…” e quello, in realtà ben più efficace, di chi passo passo intende restituire all’Alto Adige quell’apparenza monoetnica che in verità non ha mai avuto neppure ai tempi di Mainardo, di Hofer o di Francesco Giuseppe.

Tutto ciò, ed altro ancora, pesa, a volte come un macigno. E i segnali concreti si vedono: come il calo numerico, la disaffezione alla vita politica, l’atteggiamento rassegnato e il mancato sviluppo culturale. Tutte cose negative non solo per il gruppo “a disagio”, ma, a lungo andare, per l’intera popolazione. È un bene, quindi, che della questione ci si occupi con serietà e non solo all’interno del gruppo italiano. Senza cercare i “colpevoli” del disagio, ma individuando i “responsabili” di un reale sviluppo di tutti. L’affermazione di Lorenzo Milani secondo cui “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali” è quanto mai attuale. La diversificazione degli interventi è un metodo necessario, come insegnano le donne, per creare “pari opportunità”. In definitiva, dunque, sono necessari due primi passi. Il primo consiste nel mettere a tacere le spinte nazionalistiche dall’una e dall’altra parte. Il secondo in un’analisi seria e obiettiva, senza trascurare alcun aspetto della vita civile. La politica dello struzzo non ha mai portato a grandi risultati.

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