La presenza delle ACLI

Alto Adige – 6.3.2004

L’Alto Adige che oggi conosciamo, eredità emblematica del secolo breve, frutto di un lento e faticoso cammino istituzionale, dello scontro, dell’incontro e della mediazione, non sarebbe neppure pensabile prescindendo dal contributo dato dal movimento delle Acli (Associazioni cattoliche dei lavoratori italiani). Fucina di idee, palestra per uomini e donne dediti all’impegno sociale e politico, luogo di comunicazione, presenza capillare sul territorio, le Acli altoatesine rappresentano, nella storia di questa terra, una sorta di anomalia positiva capace di volare alto pur senza esibirsi, di elaborare proposte possibili anche nei momenti di maggiore tensione.

Le Acli altoatesine nascono all’indomani della seconda guerra mondiale. Bolzano è semidistrutta, i cittadini storditi, i partiti fanno i primi passi, la miseria è palpabile, la fame è una realtà quotidiana per migliaia di famiglie. I gruppi linguistici si guardano con diffidenza: hanno alle spalle vent’anni di fascismo e due anni di amministrazione germanica. Gli italiani sono frammentati, sparsi sul territorio anche in piccole comunità. La popolazione di Bolzano ha avuto uno sviluppo abnorme e si ritrova, senza radici, a far fronte alle nuove ondate migratorie del dopoguerra. In questo contesto, in cui le istituzioni pubbliche sono latitanti perché concentrate nella ricostruzione materiale e istituzionale, è essenzialmente la Chiesa a farsi carico delle urgenze di carattere sociale. Nascono in quegli anni la Pontificia Commissione di Assistenza (poi Poa), i cappellani di fabbrica dell’Onarmo, i “refettori del Papa”, si avviano la distribuzione di cibo e vestiario, le colonie e i doposcuola. Coordinano il tutto don Giacinto Carbonari ed il suo braccio destro, don Giuseppe Tonetta. È a quest’ultimo che viene affidato l’incarico di assistente delle Acli, che si costituiscono tra il 1946 e il 1947. Primo presidente è Sandro Panizza, allora segretario della Camera del Lavoro. Le Acli si articolano fin da subito in una serie di sezioni e di circoli, dapprima nei centri maggiori, poi anche nei paesi più piccoli, arrivando a costituire una rete di oltre trenta nuclei, molti dei quali sono a tutt’oggi ancora attivi.

Gli obiettivi sono da subito almeno tre: l’assistenza sociale, il sostegno e la rappresentanza dei lavoratori cattolici, l’impegno politico volto ad una soluzione pacifica dell’ancora aperta vertenza altoatesina. Non legati alla ricerca di un facile consenso, sono soprattutto i preti delle Acli a girare instancabilmente tra i cantieri idroelettrici e le miniere. La figura di don Giorgio Cristofolini è emblematica in tal senso. Assistente provinciale dal 1950 al 1965 (poi fondatore e direttore del settimanale “Il Segno”), trascorse i suoi anni aclisti nel peregrinare, come fanno oggi i missionari in Africa, da un cantiere e da un paese all’altro, per seguire l’organizzazione, per raccogliere istanze e per dare un aiuto nella “cura d’anime” delle più piccole comunità italiane della provincia. In seguito fu supportato da don Italo Tonidandel (il “cappellano volante”) e da altri.

Ma se è rilevante il ruolo sociale svolto dalle Acli non meno determinante (senza trascurare l’attività culturale, l’invenzione della formazione professionale e tanto altro) è stato il loro contributo politico in uomini e idee. Basta dare un’occhiata ai nomi del loro albo d’oro. Alcide Berloffa ne fu presidente dal 1950 al 1956, Giorgio Pasquali dal 1966 al 1969 e lo è anche ora, Armando Bertorelle ne fu segretario e fu direttore del patronato. Tutta gente che, riunita nella cosiddetta “sinistra Dc”, fu protagonista del faticoso dialogo che condusse alla seconda autonomia e al superamento delle tensioni degli anni ’60. In modo spesso incompreso, criticato, ma discreto. Dietro alla stretta di mano tra Aldo Moro e Silvius Magnago c’erano loro, gli aclisti formatisi alla scuola di don Giorgio.

Se la chiesa locale ha avuto un ruolo importante nella composizione della controversia altoatesina, ciò è dovuto anche e soprattutto all’incontro tra coloro che impersonavano le Acli ed il giovane ed energico vescovo di Bressanone, mons. Joseph Gargitter. Ancora in un tempo (fino al 1964) in cui il Sudtirolo era suddiviso sul piano ecclesiale tra le diocesi di Trento e Bressanone, le Acli agivano già a livello provinciale, assicurando quell’unità di indirizzo pastorale altrimenti impossibile da attuarsi. Mentre scoppiavano le bombe e le diplomazie si confrontavano su quello che sarebbe stato il Pacchetto, Gargitter, supportato in modo silenzioso dai suoi amici delle Acli, riuscì nell’impresa impossibile di riunire tutto l’Alto Adige in un’unica diocesi. Ciò avveniva, in modo definitivo, nell’agosto del 1964 e negli archivi del Ministero degli Esteri si conservano ancora gli interventi, in appoggio del vescovo, in primo luogo delle Acli.

Quando a metà degli anni ’80 l’attuazione dell’autonomia manifestò le sue prime contraddizioni ed il gruppo italiano cominciò a reagire con la protesta e a manifestare il suo disagio, le Acli uscirono ancora allo scoperto. I loro congressi provinciali furono occasioni di confronto e dialogo anche per tutti gli anni ’90. Già nel 1985 ammonivano la Svp perché non si dimenticasse che ogni iniziativa deve “essere portata avanti nel rispetto di tutti i gruppi linguistici” dal momento che “l’autonomia è un patrimonio di tutti”. Sull’onda dei risultati delle elezioni del 12 maggio 1985, un documento delle Acli affermava che “va riconosciuto il ruolo del gruppo linguistico italiano” e chiedeva alle “autorità politiche di lingua tedesca” di essere “più sensibili ai problemi degli italiani cessando di considerare tali problemi di esclusiva pertinenza e competenza del gruppo italiano”. Se si pensa che solo in questi giorni settori della Svp escono timidamente allo scoperto proponendo questo stesso tipo di riflessioni, è difficile non ritenere profetiche le parole di chi, ancora vent’anni fa, e dopo decenni di esperienza sul campo (il patronato comune Acli-Kvw ha quasi sessant’anni), invitava il mondo politico ad una tempestiva e necessaria correzione di rotta e di mentalità.

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