Alto Adige – 27.2.2004
L’intervento del ministro Frattini che chiede per gli italiani dell’Alto Adige il riconoscimento formale dello status di minoranza evidenzia ancora una volta quanto, in una terra di confine come la nostra, sia necessario intendersi sulle parole. Quanto le parole possano essere pesanti e al tempo stesso vuote di significato.
È un dato di fatto che in Alto Adige convivono persone di lingua e cultura diverse. Ma che il nostro piccolo mondo possa dividersi senza tanti problemi in un gruppo italiano, uno tedesco e uno ladino è più una semplificazione giuridica con implicazioni politiche che una fedele descrizione della realtà. È una sorta di finzione cui tutti aderiscono, ma che non va troppo specificata nei suoi contenuti. Non appena si tenta di approfondire le definizioni cominciano i guai.
Tanto per cominciare non si sa bene se sia corretto parlare di gruppi linguistici o di gruppi etnici. I pareri, già qui, si dividono. È la lingua o la cultura a determinare la (presunta) identità di gruppo? In secondo luogo manca l’accordo rispetto allo stesso numero di queste “comunità” linguistiche o etniche. Se è la lingua a fare il gruppo, come la mettiamo con gli infiniti dialetti oppure con i ladini che articolano la loro parlata in diverse varianti, valle per valle, e ciò anche nella versione scritta? E soprattutto: dove vanno inquadrate quelle persone che, nate in una famiglia mistilingue, si sentono a casa in due lingue e due culture? Rappresentano essi un gruppo a sé o vanno indotti ad indentificarsi con uno dei tre gruppi ufficiali, perché altrimenti la regolamentazione statutaria non funziona più? Per complicare la questione si potrebbe far rilevare che ci sono un discreto numero di concittadini, e vanno aumentando, la cui lingua madre non è né l’italiano, né il tedesco, né il ladino. Ma lasciamo stare.

Tornando alle parole del ministro e all’indignata reazione dell’Obmann della Svp: qual è (o quali sono) in Alto Adige la minoranza? E perché rivendicarne lo status? E perché mai indignarsi? Forse perché oggi “minoranza” è diventato sinonimo di privilegio?
Ora non c’è dubbio che il gruppo tedesco presenti storicamente tutte le caratteristiche di una minoranza linguistica. Si tratta di una comunità il cui territorio è entrato a far parte di uno Stato linguisticamente estraneo, sottoposta ad una politica di snazionalizzazione e poi, di conseguenza, posta sotto tutela sul piano costituzionale e internazionale. Lo stesso dicasi della minoranza ladina, la quale però si articola in modo più complesso, meno compatto, più sfuggente. Ma nessuno dubita che si tratti di una minoranza etno-linguistica.
Il discorso sembra diverso per il gruppo italiano, ma qui entrano in ballo, in primo luogo, i numeri. Se minoranza vuole dire “coloro che sono di meno” è evidente che gli italiani, nel contesto provinciale nel quale si struttura principalmente l’autonomia altoatesina, sono uno dei due gruppi minoritari. Se questa minorità numerica comporti degli svantaggi, proprio perché il cammino dell’autonomia è nato con l’obiettivo originario della tutela degli altri gruppi, questo può essere argomento di dibattito.
La definizione di minoranza per il gruppo italiano dell’Alto Adige è storicamente fondata? Per la verità sì. Prima della Prima guerra mondiale, in un’Austria composta da svariate “nazionalità”, i pochi (rispetto ad oggi) italiani dell’Alto Adige erano già minoranza, per quanto non riconosciuta come tale, mentre si riconoscevano ampi diritti alla nazionalità italiana, però solo a sud di Salorno. Ma ancora nel 1920, quindi in un contesto post-austriaco e prefascista, Alcide Degasperi parlava con naturalezza delle “minoranze italiane dell’Alto Adige”. Lo fece, ad esempio, in una lettera indirizzata ai compagni di partito della sezione di Merano che chiedevano per “gli italiani dell’Alto Adige tutta la protezione che meritano”. Non era, la sua, alcuna rivendicazione di stampo nazionalistico, dal momento che stava spiegando ai rappresentanti delle “minoranze italiane” proprio la necessità di creare per il Sudtirolo una provincia a sé, possibilmente autonoma.
Certamente dal 1920 sono passati tanti anni, sono successe tante cose e il discorso si farebbe lungo. Ma non è bene che la parola “minoranza” debba essere tabù e tanto meno strumento di conflitto tra i gruppi. Proprio perché di tempo ne è passato tanto, oggi sarebbe necessario chiedersi che cosa sia davvero meritevole di tutela. Se Europa non è un concetto fasullo, allora la politica di tutela dovrebbe forse tendere a promuovere ogni specificità nella prospettiva di una società multiculturale. Ovvero: è giusto salvaguardare ogni gruppo o minoranza non perché il mondo debba essere fatto di gruppi ad identità chiusa e “pura” (così come vogliono le ideologie etnocentriche e nazionalistiche), ma perché la dimensione naturale dell’incontro tra esseri umani è la comunicazione interculturale. Da tutelare sarà dunque la varietà linguistico-culturale e la pacifica convivenza (termine abusato ma pur sempre necessario) che ne deriva. In questo contesto la tutela di ogni singola minoranza è interesse primario della collettività più ampia (e il disagio di un gruppo ricade prima o poi anche sugli altri). Non per nulla si tratta di un principio che da oltre mezzo secolo fa parte niente meno che della carta costituzionale (art. 6).