Alto Adige – 24.12.2003
C’è persino chi ha proposto di abolirlo, il Natale. Non per toglierlo di mezzo, ma per riscoprirne il significato più autentico. Natale è uno di quei periodi dell’anno capaci di coinvolgere in qualche modo tutti al di là di idee, fedi, appartenenze. Quasi un’astrazione dal calendario ordinario. Su tutto aleggia, come in un film, la retorica dei buoni sentimenti (lo “spirito del Natale”) spesso soffocati, peraltro, dalla frenesia dell’acquisto in extremis. Guardiamo le luminarie per le città, osserviamo turbati i bus dei visitatori dei mercatini che si accalcano, le code alle casse e in autostrada. Come dev’essere stata diversa la notte di Betlemme: silenzio e buio, buio e silenzio.
Ai fedeli che questa sera prenderanno parte alla liturgia natalizia verrà raccontata una storia inverosimile. All’umanità che, allora come oggi, chiedeva prodigi dal cielo per indirizzare le proprie scelte e la propria vita (i propri investimenti), viene detto: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Ci credono solo alcuni rozzi pastori, tutti gli altri tirano dritti. Alla madre di quel bambino che, causa un censimento, ha dovuto seguire il marito da Nazaret a Betlemme, è stata chiusa la porta in faccia: “Non c’era posto per loro nell’albergo”.

L’idea di abolire (cioè di riscoprire) il Natale è in realtà un invito a ricondurre la propria vita ai minimi termini: spegnere le luci, abbassare il volume. Anche per una regione grassa e benestante come il Trentino Alto Adige può essere l’occasione per riflettere sulla sua vocazione originaria, che può sintetizzarsi nelle parole sobrietà, casa e accoglienza. Sobrietà è la caratteristica secolare del montanaro che ha saputo valorizzare il poco che aveva per trarne sostentamento. Non è lo sfarzo che, almeno da metà ‘800, ha attirato nelle nostre valli e città una marea crescente di turisti. Non è il folclore posticcio, quanto piuttosto la fedeltà a se stessi: alla propria storia e al territorio che è già di per sé uno dei più belli del mondo. Ciò non significa che non si debba fare nulla per attrarre, anche sotto Natale, l’ospite a casa nostra. Ma è certo che le motivazioni delle varie iniziative messe in campo non possono ridursi unicamente all’immediata natura economica o agli immancabili disagi. Ben venga anche il mercatino e ben vengano le critiche al mercatino. Ciò che è necessario è l’uscita dai ragionamenti provinciali di coloro che sanno concentrarsi solamente su di un aspetto del problema: il traffico, il caos, le lampadine, il guadagno, la concorrenza. Tutto ciò andrebbe valutato forse in un’ottica di più ampio respiro e prima di tutto nel segno dell’accoglienza. La gente, dal resto d’Italia, viene volentieri a sgomitare tra le nostre bancarelle? Arrivano uomini, donne e bambini a decine di migliaia? Sarebbe un peccato che rimanesse solo un’occasione di “spremitura” sul piano degli incassi. Il problema che si pone è un po’ più articolato e stimolante, e non solo in termini di “impatto ambientale”. È possibile entrare in dialogo con queste persone, avviare ad esempio un rapporto anche di tipo culturale ed umano?
Il discorso va naturalmente ben oltre lo stordimento natalizio. Riguarda, più in generale, la capacità di accoglienza della nostra gente, la volontà degli abitanti di questa regione (muro e ponte) di accogliersi innanzitutto tra loro, l’identità condivisa che essi intendono comunicare a chi viene da fuori, la capacità di essere bravi padroni di una casa comune, culturalmente aperta a segnali apparentemente poco straordinari (“un bambino avvolto in fasce”) e umanamente disponibile verso coloro per i quali “non c’era posto nell’albergo”.