Alto Adige – 14.12.2003
La sortita iconoclasta del sindaco Giovanni Salghetti ha certamente un merito. Quello di portare alla luce alcuni dei motivi che impediscono agli altoatesini di fare in modo sereno i conti con il passato della propria terra. Ammettiamo per un attimo che si tratti di una provocazione, di un modo poco ortodosso e probabilmente avventato per costringere ognuno ad esporsi e, in certi casi, a togliere la maschera. Anche se lui stesso, il sindaco, ancora non lo ammette, la proposta è infatti, per una serie infinita di motivi, di quasi impossibile realizzazione. Ma lasciamo da parte la proposta in sé e concentriamoci sulle reazioni. Si è detto che Salghetti, con la sua boutade, è riuscito nel prodigio di mettere d’accordo tutti (contro di lui, s’intende). È davvero così? Si è creato veramente un inedito fronte unitario in materia di monumento alla Vittoria? In realtà le reazioni di questi giorni si articolano almeno su tre livelli ed il merito del sindaco è appunto quello di averli messi in rilievo.
Una prima argomentazione, senz’altro la più asettica dal punto di vista politico, fa riferimento a considerazioni storico-artistiche. Si dice cioè che un monumento, qualsiasi monumento, deve essere conservato per quello che è, così come è fatto, soprattutto dopo che sia trascorso un congruo lasso di tempo. Nella fattispecie: settantacinque anni e più dalla sua concezione e costruzione, quasi sessanta dalla fine ingloriosa del suo arrogante committente. E’ evidente che questo modo di ragionare, pur non avendo una validità assoluta, è il più equilibrato, perché condivisibile dalla maggior parte delle persone.

Una seconda argomentazione è dettata dal timore di creare inutili tensioni tra i gruppi linguistici. Preoccupazione sacrosanta, ma che porta inevitabilmente a considerare tabù ora questo ora quel tema. È in ogni caso il sintomo di una situazione nient’affatto superata, nella quale passato e presente si mescolano, in cui idee che dovrebbero essere morte e sepolte in realtà vengono considerate, a torto o a ragione, vitali e tuttora pericolose. Ma c’è un aspetto positivo, ora: il fatto che sia stato un sindaco italiano a sollevare la questione ha evitato il solito muro contro muro e ha consentito una reale discussione. Ognuno la pensi pure come vuole, ma il fatto che se ne possa parlare senza sbraitare non è poi così male.
La terza argomentazione che viene alla luce è infine quella di chi si è sentito offeso dalla proposta perché lui a quei fasci ci tiene davvero. È quella di chi si ostina a considerare il monumento, nella sua sacrale integrità, come elemento costitutivo dell’identità della popolazione italiana di Bolzano. È quella di chi, sia nel campo tedesco che nel campo italiano, continua a coltivare l’assurda idea secondo cui tutto ciò che è italiano è fascista e tutto ciò che è fascista è italiano.
Detto questo sembra chiaro che la discussione intorno al monumento bolzanino è solo la punta di un iceberg. Sotto il piccolo ghiacciolo emergente ci sono le varie riserve mentali, l’uso strumentale della storia, una visione provinciale della stessa. Non è solo il monumento che va storicizzato. Esso è, di per sé, un cumulo di pietre o, se vogliamo, una qualsiasi opera architettonica. Il fatto che un busto, una scritta o una scure possano ancora oggi suscitare scandalo è perché finora non si è stati in grado di separare la storia dal presente, la politica dall’ideologia, la strumentalizzazione di parte dal bene comune. Perfino lo stesso fascismo andrebbe “storicizzato”, ovvero inserito nel suo secolo intriso di nazionalismo, nel suo tempo tutto teso a raccattare “vittorie”. Un secolo ed un tempo che non sono più i nostri.
L’apparentemente ingenuo Salghetti sembra aver voluto dire: ok, i fasci littori li lasciamo al loro posto, ma allora, se c’è, qual è il vero problema? E chi ha voglia di affrontarlo sul serio?