Alto Adige – 26.11.2003
Ogni popolo, da che mondo è mondo, tende a guardare al di là dei propri confini attraverso lenti un po’ appannate. Da questa parte c’è la varietà plurale della realtà quotidiana, dall’altra una massa informe e sconosciuta, da cui guardarsi, di cui diffidare. Da un lato “noi”, oltre frontiera i non meglio definiti “altri”, detti, a seconda delle epoche, “barbari”, oppure “caeteros”, o ancora “turchi”, “gialli” e così via. Da questa parte la civiltà per antonomasia, al di fuori (ma fuori rispetto a cosa?) la selvaggia barbarie. È un modo di ragionare che non porta lontano.
Anche in questi giorni, sull’onda dell’improvvisa ondata di stragi e di attentati che hanno colpito i nostri carabinieri a Nassiriya, ma anche la Croce Rossa, la popolazione civile, ed in Turchia le sinagoghe e le ambasciate, il presidente del consiglio italiano si è espresso secondo una formula sintetica, ma semplificatoria. Si tratta, ha detto, di attacchi contro l’Occidente. Un’affermazione difficile da negare quanto da sottoscrivere, perché la realtà probabilmente va oltre le formule e le battute a caldo. Certamente più appropriata l’espressione del presidente Ciampi, secondo il quale si è trattato di un’aggressione contro la civiltà tout court. Civiltà intesa nel senso dell’insieme di modi di vivere, di strutture e istituzioni tese a garantire, pur nei loro limiti, una convivenza pacifica e, appunto, “civile” tra le persone. Tra persone diverse, portatrici di interessi e di aspirazioni che possono entrare in conflitto, ma che considerano la gestione ed il superamento del conflitto stesso come un passo in avanti necessario.

Ciò che non è sottoscrivibile è l’equazione, che spesso si legge tra le righe delle dichiarazioni ufficiali, tra “Occidente” e civiltà. Innanzitutto bisognerebbe che qualcuno spiegasse in maniera convincente che cosa è questo “Occidente” di cui si parla. Dove correrebbero i suoi confini, quali sarebbero i suoi contenuti caratteristici… Fino a non molti anni fa, anche se sembrano secoli, si era convenuto di dividere il mondo tra Est e Ovest, relegando tutto ciò che non rientrasse in questa arbitraria semplificazione nell’ambito del cosiddetto “terzo mondo”. Ma già allora ciò che principalmente divideva i due “primi” mondi non era altro che l’appartenenza ad una o ad un’altra sfera di potere. Il tutto mascherato, pur non senza fondamento, da ragioni ideologiche: di qua il capitalismo, di là il comunismo. Come se il “comunismo” fosse stato iscritto nel dna del cosiddetto “Oriente”. Non era stato forse anch’esso una creatura, almeno nelle idee, partorita nel bel mezzo dell’Europa occidentale?
Ancor meno la distinzione può reggere oggi, essendo essa stata trasferita di peso al confronto-scontro tra il solito Occidente e la cosiddetta civiltà islamica. “Cosiddetta” non perché essa non sia “civiltà”, ma perché essa è semmai un insieme di aspetti sociali, culturali e storici molto diversi tra loro (anche sul piano religioso), almeno tanto quanto lo è l’Occidente.
Qualche osservatore più attento ha rilevato che lo scontro in atto è principalmente rivolto proprio a quei settori che si trovano sulla frontiera dei pretesi “due mondi”, ad esempio i paesi a cultura islamica non fondamentalista, ciò che si suole chiamare islam moderato. Non saranno gli ideologi fondamentalisti di casa nostra (che considerano “buono” solo ciò che è “occidentale”) che non sono in grado di riconoscere l’esistenza di un’estrema varietà di possibili interlocutori anche oltre i confini tracciati dalla geopolitica dominante?
In definitiva, ciò che è più grave, ricondurre tutto ad uno scontro di civiltà, quella “occidentale” e quella “islamica”, fa esattamente il gioco dei terroristi internazionali. Gli atti di violenza, come è evidente in Israele-Palestina, non fanno altro che indebolire le posizioni di chi sarebbe in grado di mettere in comunicazione le culture e di offrire al mondo, molto più delle armi, un futuro di pace.