Alto Adige – 8.11.2003
Il dibattito sull’opportunità di esibire simboli religiosi nelle scuole e negli altri luoghi pubblici è destinato a durare ancora a lungo. Non solo perché c’è chi, nell’agone politico, ci campa, ma soprattutto perché il problema è serio. La questione delle radici cristiane dell’Europa non è assolutamente di poco conto. Non può essere liquidata con qualche battuta e nemmeno con poche parole da inserirsi o meno nella nuova carta costituzionale dell’Unione.
Gli atteggiamenti in campo sono molteplici e vanno dal piglio da crociata all’anticlericalismo più spinto. Tutte cose che sembrava appartenessero al passato.
La nuova costituzione europea, l’insegnamento di altre tradizioni religiose nelle scuole, il crocifisso in classe, sono, se vogliamo, segnali da recepire e su cui ragionare con pacatezza. Affermazioni come “l’Italia è un paese cattolico” o “le radici d’Europa sono cristiane” sono vere ma anche discutibili. Bisognerebbe prima intendersi su troppe cose: che cosa è cattolico, che cosa è cristiano, che cosa è l’Europa, che cosa determina l’identità o “le” identità di un paese?

È difficile – ma qualcuno ci prova pur sempre – negare la storia. Nessuna persona ragionevole potrebbe affermare che il segno della croce non sia un elemento senza il quale non è neppure possibile raccontare la storia del vecchio continente e delle nazioni che lo compongono, prima fra tutte l’Italia. In questo senso, tutti noi “non possiamo non dirci cristiani”. Ma ci vuole l’onestà di riconoscere che la religione cristiana e la confessione cattolica non sono gli unici aspetti che compongono la nostra identità storica. Se poi lasciamo da parte il passato e parliamo, se possibile, solo del presente, allora è innegabile che la croce come tale è un simbolo dalle mille valenze e solo per una minoranza ormai rappresenta il sacrificio di un Dio che si è fatto uomo per amore di ogni singolo uomo, che dagli uomini è stato ammazzato (sulla croce, appunto) e che malgrado ciò ha spezzato le catene della morte non solo per sé e per i suoi, ma per tutti.
Per i cristiani (non per gli europei o per gli italiani come tali) la croce è un simbolo irrinunciabile. Essa rappresenta un atto costante di mea culpa (noi, umanità, abbiamo crocifisso il nostro Dio) e un gesto continuo di ringraziamento (Dio, morendo, ci ha salvato). È un portentoso segno di contraddizione che parla della condizione umana, delle sue miserie e delle sue speranze. È un messaggio di pace e di nonviolenza.
Proprio per questo ci sono atteggiamenti, anche da parte di sedicenti cristiani, che stridono col significato del simbolo. Si sta sviluppando una sorta di esibizionismo della croce. Rappresentanti politici “fanno giustizia” delle nostre tradizioni appendendo crocifissi qua e là. La strumentalizzazione è più che evidente. Eppure nei vangeli – dato che siamo tutti così cattolici e cristiani – si troveranno tante indicazioni esistenziali e anche morali: amare il prossimo, amare il nemico, essere poveri in spirito, miti, costruttori di pace… Ma non si troverà mai l’esortazione ad esibire o ad imporre un simbolo della propria fede. L’unica croce che Cristo mostra è quella alla quale lui stesso finisce inchiodato. Egli non ha chiesto ai suoi di erigere o appendere croci, ma di percorrere come lui la via della croce. Che nei duemila anni successivi i suoi seguaci si siano identificati soprattutto in quel simbolo è fuori discussione e vale anche per l’oggi. Ma ci vuole un bel coraggio per trasformare un segno universale di pace e di amore in un’arma da brandire contro altri o utile a segnare confini invalicabili a chi crede diversamente.
La sfida per l’Italia cattolica e per l’Europa cristiana consiste oggi nel riscoprire in che cosa consista l’universalità del messaggio cristiano, prima ancora che dei suoi simboli. Tenendo conto che esistono anche un Italia non cattolica ed un’Europa non cristiana e non è affatto detto che esse siano minoritarie.
La minaccia principale alla croce non arriva, oggi, da chi professa altre religioni o da chi non ne professa affatto, ma da chi dichiarandosi cristiano (per l’occasione) trasforma l’identità religiosa in una gabbia politica, quando non nazionalistica e razzista.
Detto questo, ancora non esiste una formula vincente per affrontare la nuova situazione di cui le recenti polemiche sono una spia. Discutere semplicemente se lasciare o togliere la croce dalle pareti dei luoghi pubblici è davvero semplicistico. Tanto più che se imporre un simbolo per forza è un atto poco evangelico, toglierlo d’ufficio è un atto poco civile. Sarà opportuno ragionare a lungo sul significato della parola “laicità”. Significa voler creare una realtà asettica, del tutto priva di riferimenti culturali e religiosi (per non offendere nessuno…), un vuoto totale senza memoria e senza prospettive? O vuol dire trovare i modi per far convivere gli uni accanto agli altri i simboli che sono universali, se non nella loro forma concreta, certamente nel loro messaggio? Aggiungere o trasformare, anziché togliere? Consentire – nei limiti della laica ragionevolezza – anziché vietare?