Alto Adige – 26.10.2003
Una campagna elettorale senza grosse emozioni, quella che si conclude in questi giorni. Non che non si siano sentiti e letti i soliti paroloni, le sparate populistico-nazionalistiche o i discorsi fuori dalle righe. Ma non si ha l’impressione che l’elettorato si sia appassionato per tutto ciò. Non si capisce se questa volta il cosiddetto “popolo” abbia preferito meditare, riflettere e ragionare in silenzio o se invece semplicemente prevalga il disinteresse o addirittura una qualche forma di rigetto, indotta dallo spettacolo di una politica nazionale che ha fatto piazza pulita della misura, dei punti fermi e di un sia pur esile legame tra parole e realtà.
Malgrado tutto non può essere indifferente ai cittadini il nome di chi reggerà le sorti della provincia per i prossimi anni. Ognuno diffonda i suoi sondaggi e faccia i suoi pronostici. Qualunque sarà l’esito finale non cambieranno i problemi da affrontare. Alcuni di essi hanno una valenza tale per cui c’è davvero da augurarsi che gli eletti, soprattutto chi avrà incarichi di governo, siano persone con la testa sulle spalle, con un briciolo di memoria storica e con lo sguardo proiettato oltre confini di tempo e di spazio.
Innanzitutto sarà importante verificare se nel corso della prossima legislatura ci sarà quel passo di maturazione per cui sarà possibile dirsi l’un l’altro che cosa è l’Alto Adige (o Sudtirolo) e che cosa se ne vuole fare. Certo, è una questione di identità. Si tratta in molti casi di spezzare le catene ideologiche che legano ad un passato mai abbastanza rielaborato. Si tratta di superare la politica dei veti incrociati che impedisce di procedere, come accade quando non si è sviluppata la capacità di accettare la diversità. Permane ancora l’idea che la pluralità delle lingue e delle culture sia un fardello del quale ci si disferebbe volentieri, piuttosto che un patrimonio sul quale investire e da far fruttare. In tal modo è facile rimanere schiavi di ridicoli e improduttivi anacronismi. L’Alto Adige rischia di rimanere una riserva indiana, terreno fertile per i disagi di segno opposto. Sarà possibile, nei prossimi cinque anni, elaborare un progetto culturale capace di far crescere insieme le diversità anziché porle l’una contro l’altra?
Lo stesso diritto alla casa è un’altra grande questione che forse non può essere risolta solo con l’individuazione di aree edificabili e mettendo mano ai mattoni. Dare casa significa in primo luogo dare diritto di cittadinanza, di patria, di Heimat. E’ una questione che interpella la cultura ancor prima delle imprese edilizie. E ancora una volta solleva la domanda sull’identità di questa terra che fa dell’ospitalità uno dei suoi punti di forza.

Ricchezza fondamentale dell’Alto Adige è, continuando, l’ambiente. Da tempo ormai non si può più parlare di natura incontaminata. Ma la nostra rimane pur sempre una provincia nella quale per diversi motivi da sempre si è ricercato un rapporto equilibrato tra cultura e natura, tra uomo e città, persino tra la bellezza dei manufatti e le meraviglie dei monti e delle valli. Anche questo è un patrimonio meritevole di tutela che richiede progettualità e impone una risposta, sia pure mai data una volta per tutte, alla domanda iniziale, ovvero che cosa è l’Alto Adige e che cosa se ne vuole fare.
Se è vero che la provincia di Bolzano non è l’ombelico del mondo è pur altrettanto vero che da questa terra può partire una serie di segnali positivi, almeno per quell’Europa che si trova nella necessità di mettere in comunicazione popoli diversi per cultura, lingue e tradizioni, che ricerca fonti di energia alternativa compatibili con l’ambiente, che si fregia del titolo di casa comune, che sa che il pluralismo, apparente elemento di debolezza, può diventare il suo punto di forza.